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È  in circolazione una ricerca, commissionata da Uber, che è stata effettuata intervistando oltre 10.000 persone, di età compresa tra i 18 e i 54 anni, in 10 grandi città europee (Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Lisbona, Londra, Parigi, Roma, Stoccolma e Varsavia). Al netto dell’acqua che inevitabilmente porta al mulino della mobilità che non prevede possesso di auto e si gestisce via app, e di Uber in particolare, la ricerca ci dice alcune cose interessanti sugli intervistati che risiedono nella nostra capitale (e, per estensione, sui romani tutti, e forse anche sugli italiani in generale).
Roma detiene il primato europeo con il maggior numero di persone che posseggono almeno un’auto di proprietà (86% contro una media europea del 63%).
Roma detiene il primato europeo con il maggior numero di persone che all’interno del proprio nucleo familiare posseggono più di un’auto di proprietà (60% contro una media europea del 42%).
Contemporaneamente:
Roma detiene il primato europeo con il maggior numero di persone che vorrebbero veder diminuire il numero di auto in circolazione (94% contro una media europea dell’84%).
Roma detiene il primato europeo con il maggior numero di persone che si dicono preoccupate per il livello di inquinamento della propria città (94% contro una media europea dell’83%). 

Detto per inciso che, naturalmente, l’auto di troppo che dovrebbe sparire dalle strade è sempre quella del vicino di casa, del collega, dell’altro in genere, come commentare l’esito della ricerca relativo agli abitanti di Roma? Evitando un’affrettata diagnosi di schizofrenia, e definendolo invece paradossale. Come se, per fare un esempio, ogni mese i concessionari contribuissero in maniera assai concreta a mettere insieme quel 16% circa di autoimmatricolazioni di cui è fatto oggi il mercato delle auto nuove in Italia e poi, all’inizio del mese successivo, non appena pubblicati i dati di mercato dal Ministero, contemporaneamente gli stessi concessionari - magari per bocca di una delle loro rappresentanze - si affrettassero a prendere le distanze da quel mercato, stigmatizzando la pratica delle autoimmatricolazioni.
Come se, per fare un altro esempio, chi ci governa stesse valutando la possibilità di introdurre in Italia il divieto di commercializzare, dal 2040, auto diesel e a benzina e, contemporaneamente, fingesse di non accorgersi che a oggi nella stessa Italia ci sono solo 2000 punti di ricarica pubblici per le auto elettriche (su 4000 totali) e che, dei 50 milioni di euro stanziati nel 2012 per la realizzazione di stazioni di ricarica, finora ne sono stati utilizzati appena 6000 circa (per la pubblicazione del bando, mica per le colonnine).
Il paradosso della botte piena e della moglie ubriaca. Teorizzare A e poi fare Z, che è l’opposto di A. Per avere tutto e il suo contrario. Per essere qui e insieme anche lì. Non mollare mai l’auto, nemmeno per andare all’edicola che dista 100 metri da casa, e intanto lamentarsi del traffico. Autoimmatricolare o fare le km0 e intanto lamentarsi delle autoimmatricolazioni e delle km0. Sbandierare a gran voce la necessità di creare un sistema di mobilità sostenibile e intanto fare nulla per renderla, se non sostenibile, quanto meno civile, quella mobilità.
Che la Politica predichi A e poi razzoli Z non sorprende: il prerequisito per fare politica, qui, è avere la faccia da poker e la capacità di giocare su più tavoli accontentando a parole tutti, tanto poi verba volant, e i Governi passano. Che lo facciano altri invece sorprende. In alcuni casi la sorpresa induce al sorriso (come davanti alle dichiarazioni dei romani sulle automobili), in altri no, non più.
Sì, parliamo di km0, demo, immatricolazioni degli ultimi 3 giorni e quant’altro: si devono fare o si possono non fare? La risposta è nota, la si sente ripetere da anni, e quest’anno la si è ascoltata più che mai prima: “Si devono fare perché altrimenti non si raggiungono gli obiettivi fissati dalle Case”. La classica pietra tombale, che chiude ogni discorso? Che li chiuda tutti, allora. 
Una trentina d’anni fa, quando cominciò a essere chiaro che il doping era una pratica diffusa a macchia d’olio in quasi tutte le discipline sportive, ci fu chi propose di liberalizzare l’uso delle sostanze proibite. Una provocazione, fatta non tanto perché si ritenesse il doping una pratica giusta o etica o sana, ma soprattutto per il fortissimo desiderio di smettere di veder risultare positivo oggi all’antidoping proprio chi ieri aveva stigmatizzato o condannato l’avversario scoperto a barare. Meglio un’amara verità di una brutta recita, era il principio alla base di quella provocazione. Non se ne fece niente, naturalmente, il doping (giustamente) rimase bandito. Ma il principio resta tutt’ora valido. Non solo nello sport.

 


La risorsa della storia personale, un valore inalienabile

Abbiamo coinvolto i Concessionari italiani in un sondaggio, il resoconto si trova nelle pagine interne, accompagnato da un nostro modesto suggerimento rivolto al lettore: fare oggetto di riflessione costruttiva degli spunti offerti dalle risposte che abbiamo ricevuto.
Qui facciamo, intanto, facciamo nostro quel suggerimento. La scelta non si presentava facile, molti i possibili temi intorno ai quali ragionare. Alla fine tutto si è ridotto a un dilemma, per risolvere il quale si è imposto il romanticismo. La domanda era, con riferimento all’attuale drammatica situazione: quale ritiene essere la risorsa più consistente sulla quale la sua azienda può fare affidamento? La prima risposta diceva: “Nessuna”. La seconda diceva: “55 anni di storia”. Disperazione che sa di fine corsa contro baldanza che sa di voglia di vivere, in apparenza una scelta facile. Ma poi si è fatta strada l’idea (romantica, appunto) di non scegliere, di considerare le due risposte come le due facce della stessa moneta, la risposta di pancia (le emozioni) e la risposta di cuore e di testa (il sentimento che trova fondamento nella logica) che un singolo individuo, sempre lui, può dare alla stessa domanda perfino in due momenti diversi di una stessa giornata – d’altronde, quante volte si è sentito i Concessionari maledire il mestiere salvo poi vederli riabbracciarlo con ardore (e mica solo per mero interesse) il giorno dopo? Tutte le volte, più o meno.

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