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Il terzo lato del triangolo, il nostro convitato di pietra

Francesco è un insegnante e abita a Roma. Oggi ha deciso di andare al lavoro in centro senza prendere l’auto. Prende la bicicletta, perché “è il mezzo migliore per mantenere il distanziamento sociale, mi tiene in forma, è economica e, soprattutto, non inquina”.
Vediamo Francesco in bici: pedala su piste ciclabili che finiscono nel nulla, o su una scalinata, o contro un cavalcavia, o dentro il Tevere. Lo vediamo abbandonare la bici e optare per l’autobus: attende alla fermata per dieci minuti, un quarto d’ora, mezz’ora: inutilmente. Rinuncia, e opta per il car-sharing. Vediamo Francesco trafficare con lo smartphone solo per scoprire che la zona in cui si trova non è coperta dal servizio. Conclusione: “Basta, non possiamo ripartire se non cambiamo la mobilità delle nostre città”, dice Francesco, che poi indossa una maschera antigas e si avvia a piedi per le strade di Roma.
Tutto questo lo vediamo in un video, “2020 – Odissea della mobilità”, realizzato e lanciato da Greenpeace Italia in occasione della settimana della mobilità per “mostrare le difficoltà che vive quotidianamente chi cerca di muoversi all’interno della propria città”. 
Paradossale: è uno spot per l’automobile di proprietà. Affermazione cinica, ma tant’è: l’automobile forse non emoziona più come una volta, ma se ancora ha a che fare con la libertà, è proprio con la libertà di trovarla e usarla quando si vuole che ha a che fare. La nostra automobile. A Roma, certamente; e in tante altre città meno attente a sé e a chi le abita di questa Italia che viaggia a più velocità – una lenta, una molto lenta, un’altra praticamente ferma, e non soltanto perché siamo nel tempo dell’emergenza sanitaria.

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