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Con l’approssimarsi del mese di dicembre torna in voga un classico: il gioco sociale che impegna i partecipanti a scegliere l’immagine simbolo dell’anno che si avvia a chiudersi. La nostra modesta proposta, nessuno ce ne voglia, è il volantino pubblicato il 2 novembre su Twitter da Burger King Uk. Sì, quello che implorava “Ordinate da McDonald’s”, e il cui testo cominciava così: “Non ci saremmo mai aspettati di farlo”. Nessuno, a occhio, altrettanto si sarebbe mai aspettato di leggere un simile invito, stante anche la lunga storia di feroce rivalità tra i due marchi che al confronto Senna e Prost erano Castore e Polluce, gemelli in amore. Inevitabile definire “genio” chi – tra i comunicatori di BK – ha partorito l’idea nel suo complesso, richiamo e testo, ché l’uno senza l’altro non avrebbe avuto alcun senso. Perché quell’implorazione a caratteri cubitali e dal contenuto così sconcertante ha garantito visibilità al messaggio contenuto nel testo, ancora più forte dello strillo pro-McDonald’s. Ridotto all’essenza, questo il messaggio: “Aiutate l’industria della ristorazione, che impiega migliaia di persone e in questo momento ha bisogno del vostro supporto” e perciò, era l’invito esteso, acquistate cibo (in consegna, da asporto o via “drive thru”) dal ristorante che preferite, piccolo o grande, veloce o lento, appartenente a una catena o indipendente. Non importa da chi lo fate, ma fatelo: aiuterete l’industria.

Le bare che sfilano, il musicista sul tetto, l’abbraccio con gli occhi attraverso un vetro, l’infermiera crollata in un sonno disperato: di immagini più capaci di sgualcirci l’anima, o illuminarcela, l’anno del Covid-19 (il primo anno, bisognerà forse dire in futuro) ne ha offerte a decine. Perché dunque scegliere quella che, in apparenza, ci mostra solo un brand che si fa pubblicità facendo pubblicità a un brand rivale? Esattamente per questo, perché qui apparenza e sostanza coincidono perfettamente, e la sostanza è: in questa sciagura nessuno si salva da solo. Lockdown, mascherine, distanziamento sociale: siamo tanti ma poi siamo uno, e lo siamo davvero quando ci proteggiamo a vicenda. È il motivo dominante della vita al tempo del Covid-19: globale è l’aggressione, la strada per uscirne la si percorre insieme.
Lo spirito che ha animato Burger King – che certo ci avrà trovato anche una sua convenienza: non parliamo di un adolescente che si diverte con Twitter, ma di un’azienda con fatturato a 9 zeri – è proprio questo. Si fa insieme. Perciò un peso massimo sceglie di fare un inchino al suo peggior nemico, se questo può contribuire a salvare il business – che significa posti di lavoro, per cominciare - di tutti, anche dei pesi mosca più scalcagnati.
Insieme sta provando a fare, sempre di più, anche l’industria automobilistica, e anche qui ci passa di mezzo la convenienza, naturalmente. Aveva cominciato ben prima della pandemia – le joint venture, le fusioni, gli accordi di pooling per i limiti di emissioni di CO2, l’azione di lobby nei rapporti con le istituzioni -, ma dalla primavera in avanti sembra cresciuta la consapevolezza della necessità di fare blocco, di abbracciare la via della concertazione per tornare a respirare, mettendo in sicurezza fatturati e posti di lavoro. La prima evidenza della crisi è che la barca, alla fine, è una per tutti. Certo nessuno ha invitato il consumatore a comprare un’automobile di un marchio rivale, ci mancherebbe altro. E certo parliamo pur sempre di un’industria che sembra davvero andare incontro a una selezione darwiniana, come afferma Carlos Tavares, in un futuro di “fusioni e fallimenti” in cui “solo i più agili sopravvivranno”. Ma pure con questa prospettiva da “Lo svelto e il morto” il messaggio è passato: i vasi sono comunicanti e da soli si fa poca strada, come ebbero a ricordare alla Merkel i Costruttori tedeschi, in aprile, quando la loro produzione era ferma per il blocco delle attività in Italia e Spagna, e l’Europa doveva ancora decidere quale linea adottare, se appunto fare insieme oppure lasciare indietro qualcuno. 

L’automotive italiano non fa eccezione alla nuova regola, quanto a intenzioni e capacità di dare vita a un’azione comune. Ma, afflitta tra gli afflitti, la nostra industria dell’auto è prigioniera di un Governo che continua a proporsi come controparte piuttosto che come interlocutore. Sono stati ottenuti risultati - il più recente, l’esclusione delle concessionarie dall’elenco delle attività commerciali da fermare nelle zone rosse di ultima istituzione -, ma legittimamente ci si aspettava di più. Sono andati persi tempo e occasioni, e il 2020 si avvia a chiudersi così, mentre aleggia lo spettro di un’ennesima beffa, la Legge di Bilancio 2021. È proprio vero: si possono imparare molte cose dai politici: quanta pazienza abbiamo, per esempio. @


L’emozione per l’auto capace di cambiare il mondo

Ventuno mesi dopo, l’automobile è tornata a essere uno spettacolo. La riconquista dello spazio aperto e fisico, della possibilità di esporsi al cospetto di un pubblico in carne e ossa e così di creare finalmente un’esperienza realmente condivisa: c’è qualcosa di bello e di simbolico nel fatto che proprio a lei, l’auto, sia toccato il compito di aprire le porte su quella che oggi si presenta come una stagione nuova, dopo il lungo cupo inverno del nostro scontento durato oltre un anno. Il cammino è lungo, le certezze sono poche, ma le porte sono state riaperte: è tantissimo già così.
Ventuno mesi dopo, e ci va anche un po’ di sano orgoglio, è stata l’Italia a fare questo, con il MiMo, il Milano Monza Open-Air Motor Show. Open-Air, già. Tratto distintivo dell’evento nato per il Parco Valentino di Torino, un formato di esposizione-spettacolo felicemente eversivo e visionario, che nella contingenza è divenuto simbolo di una ri-conquista che si spinge ben oltre i confini automotive. 

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