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Perciò Torino va a Milano, nel senso del Salone dell’auto che cambia residenza. Lascia la città che gli era propria, lascia la dimora, il Parco Valentino, che lo ha visto rinascere e prosperare e affermarsi addirittura come standard con il quale dovranno misurarsi da qui in avanti gli show dell’auto, laddove pochi, pochissimi, avrebbero scommesso sulla sua capacità di durare oltre due, tre edizioni. Sono state invece cinque, l’ultima delle quali illuminata dalla presenza di 700mila visitatori e di 54 Marchi auto. Un trionfo di pubblico e di critica. Poi, è entrata in scena la politica – bassa, rigorosamente con la minuscola. E Torino, perciò, se ne va a Milano. Naturalmente, il fulmine a ciel sereno scagliato da Andrea Levy, presidente del Salone, che annunciando il trasloco ha insieme fornito le date del primo appuntamento milanese e quella della conferenza stampa di presentazione, qualche dubbio consistente lo ha prodotto. Si è detto: non si può improvvisare su due piedi un trasloco di questa portata; e in Italia, poi, dove la burocrazia è padrona e per ottenere permessi ci possono volere anni; e per andare a Milano, infine, che ha un’agenda degli eventi in cui, per trovare un buco libero, bisogna fare i salti mortali… E ancora, si è detto, un imprenditore che ha dimostrato di saperci fare, e Andrea Levy lo è, procede per programmi, non per improvvisazioni o colpi di testa. Quindi, si è concluso, la decisione di lasciare Torino non nasce dall’ultimo scontro con l’amministrazione locale – il vicesindaco Guido Montanari in testa, con la sua “speranza nella grandine” affinché mandasse all’aria l’ultima edizione del Salone del Parco Valentino - ma era stata già presa da tempo, si aspettava solo un casus belli per metterla in atto, e il casus belli è puntualmente arrivato.

Dubbi leciti. Che non cancellano, però, una realtà evidente: il mondo della politica italiana ha dimostrato una volta di più l’incapacità di rapportarsi in modo corretto (conveniente, positivo: libera scelta sull’aggettivo) con il mondo dell’automobile. Non che con altri settori dell’industria e del Paese faccia meglio, ma sembra che con il mondo automotive ci sia un accanimento particolare, un’ostinata chiusura al dialogo, all’interazione. Vige la cultura da stadio, in Italia: o con me o contro di me: non c’è alternativa, né dialogo tra le due curve, né tantomeno è incoraggiato il dibattito interno alla singola curva. E in campo, per rimanere alla metafora calcistica, quando arriva un pallone, lo si calcia via alla cieca, rischiando spesso l’autogol. Lo è stato quello di Torino con il Salone, un autogol pesante, che rischia di far saltare la sindaca Appendino; lo è stato, a oggi, optare per l’introduzione del sistema del bonus/malus sui veicoli più o meno climalteranti invece di introdurre subito misure in grado di svecchiare il parco circolante; lo è rinunciare a guidare la transizione sostenibile del Paese verso una mobilità a zero emissioni.
Il mondo dell’auto sa che quello è il destino, il punto di approdo. Ne ha preso coscienza, rassegnandosi e insieme preparandosi a cavalcare l’onda. Cerca solo, povero lui, di metterla sul piano della collaborazione, della programmazione. Con quali risultati, è sotto gli occhi di tutti. Ancora di recente, a Roma si è svolto un incontro, organizzato dal Centro Studi Promotor, tra esponenti del settore automotive ed esponenti del Governo e del Parlamento, dal titolo “Auto: la sfida della transizione alla decarbonizzazione”. Lodevole iniziativa, nel nome sempre del dialogo. Ma poi… Gli esponenti del settore automotive (presidenti, amministratori delegati, direttori generali, insomma: manager che siedono in posti di comando) hanno esposto problemi, urgenze, necessità e possibili soluzioni; gli esponenti del Governo e del Parlamento (tra cui cinque membri della Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo) hanno perlopiù fatto politica: chi dando ragione a tutti, chi facendo opposizione in nome del suo partito, chi prendendo tempo, chi snocciolando luoghi comuni. La sola proposta concreta venuta fuori: “Occorre un’indagine conoscitiva sull’auto in Italia per identificare gli strumenti necessari al rilancio di questo settore nel nostro Paese”, avanzata dal vicepresidente della Commissione di cui sopra. Eppure erano seduti a un metro di distanza, i soggetti ai quali rivolgersi. Bastava chiedere a loro, in una mezz’ora scarsa la sua indagine conoscitiva avrebbe avuto tutte le risposte che cercava. A inibirlo deve essere stata allora la paura di finire schiacciato da una mole di informazioni. Per questo non avrà fatto domande. Per questo, oppure per non doversi sobbarcare un compito che evidentemente esula dalle mansioni di chi siede in Parlamento perché rappresenta il popolo italiano: ascoltare, cioè. @


Se Torino va a Milano, e la politica gioca a fare autogol

Perciò Torino va a Milano, nel senso del Salone dell’auto che cambia residenza. Lascia la città che gli era propria, lascia la dimora, il Parco Valentino, che lo ha visto rinascere e prosperare e affermarsi addirittura come standard con il quale dovranno misurarsi da qui in avanti gli show dell’auto, laddove pochi, pochissimi, avrebbero scommesso sulla sua capacità di durare oltre due, tre edizioni. Sono state invece cinque, l’ultima delle quali illuminata dalla presenza di 700mila visitatori e di 54 Marchi auto. Un trionfo di pubblico e di critica. Poi, è entrata in scena la politica – bassa, rigorosamente con la minuscola. E Torino, perciò, se ne va a Milano. Naturalmente, il fulmine a ciel sereno scagliato da Andrea Levy, presidente del Salone, che annunciando il trasloco ha insieme fornito le date del primo appuntamento milanese e quella della conferenza stampa di presentazione, qualche dubbio consistente lo ha prodotto. Si è detto: non si può improvvisare su due piedi un trasloco di questa portata; e in Italia, poi, dove la burocrazia è padrona e per ottenere permessi ci possono volere anni; e per andare a Milano, infine, che ha un’agenda degli eventi in cui, per trovare un buco libero, bisogna fare i salti mortali… E ancora, si è detto, un imprenditore che ha dimostrato di saperci fare, e Andrea Levy lo è, procede per programmi, non per improvvisazioni o colpi di testa. Quindi, si è concluso, la decisione di lasciare Torino non nasce dall’ultimo scontro con l’amministrazione locale – il vicesindaco Guido Montanari in testa, con la sua “speranza nella grandine” affinché mandasse all’aria l’ultima edizione del Salone del Parco Valentino - ma era stata già presa da tempo, si aspettava solo un casus belli per metterla in atto, e il casus belli è puntualmente arrivato.

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