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Nulla da fare, niente più linea dura sull’uso del cellulare alla guida. L’emendamento alla Legge di Bilancio 2018 che riguardava l’articolo 173 del Codice della Strada, e che prevedeva la sospensione immediata della patente e un minimo di 322 euro di multa per chi fosse stato preso al volante con il telefono in mano, è stato cancellato dalla Commissione Bilancio. E questo nonostante l’approvazione, ottenuta qualche giorno prima, dalla Commissione Trasporti della Camera. Il tutto senza possibilità di mettere ai voti la decisione, “a causa dell’estraneità della materia”.
Contemporaneamente, dalla Legge di Bilancio è scomparso anche l’emendamento definito “anti-abbandono”, che prevedeva l’obbligatorietà della presenza di allarmi montati sui seggiolini destinati a ospitare i bambini in auto: un aiuto importante per limitare il fenomeno delle “amnesie” da parte dei genitori. Via anche quell’emendamento. Via tutto.
Sull’uso del cellulare alla guida restano perciò in vigore le regole attualmente previste dall’articolo 173 comma 2, che vietano “al conducente  di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore (...) È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie”. E non cambiano le sanzioni previste: da 160 a 646 euro di multa la prima volta, multa e sospensione della patente da 1 a 3 mesi se lo si fa una seconda volta nel giro di 2 anni. E questo è quanto. Passata in cavalleria la proposta di sospendere la patente già alla prima infrazione e il raddoppio delle multe, che portava la prima sanzione a 322 euro di minima e 1.294 euro di massima, e la seconda a 644-2.588 euro.

 

Detto che la decisione della Commissione Bilancio - en passant - è uno schiaffo in faccia anche al Papa, che proprio nei giorni precedenti all’eliminazione dell’emendamento aveva speso parole (sante) sui rischi rappresentati dall’uso del cellulare alla guida, è d’uopo ricordare qui che, negli stessi giorni in cui si decideva che guidare telefonando non è così pericoloso da meritare pene capaci di fare prevenzione, e che non è necessario fare di tutto perché i bambini non vengano dimenticati in auto (a giugno l’ultimo caso in Italia: Tamara, morta che aveva 18 mesi), partiva una nuova grande campagna sociale “per promuovere una nuova Cultura della Mobilità” lanciata dall’Aci, con il patrocinio del Ministero dello Sport e soprattutto della Presidenza del Consiglio. Come deve essere la nuova Cultura della Mobilità? Più dinamica, razionale e flessibile, più sicura per tutti gli utenti della strada, più rispettosa dell’ambiente e degli altri. E chi sono i testimonial della campagna? I bambini.
Che sono stati scelti, come ha spiegato il presidente dell’Aci, Sticchi-Damiani, “perché sono quelli che ci fanno le domande più importanti e più difficili, domande alle quali noi adulti dobbiamo dare risposta; e perché, con i loro gesti ingenui e spontanei, ci invitano a comportamenti di guida maturi e responsabili”.
Ecco. Naturalmente, che l’Aci abbia lanciato una simile campagna è cosa lodevole, davvero lo è. Nulla da dire che non siano parole di approvazione e sostegno. Sono piuttosto il patrocinio della Presidenza del Consiglio e di un Ministero a suonare paradossali (volendo essere buoni), a fronte di ciò che la Commissione Bilancio della Camera ha deciso. Organi diversi? Vero. Di uno stesso Stato? Altrettanto vero. Come vero è ciò che dice Sticchi-Damiani sui bambini, che fanno domande importanti e difficili, alle quali gli adulti hanno il dovere di dare una risposta. Ecco: la prossima volta, magari, schieriamoli davanti alla Commissione Bilancio, i bambini. Non solo per vedere l’effetto che fa. Ma anche perché, oggi in Italia, a spanne ci sembra molto difficile trovare qualcuno che abbia bisogno di essere sensibilizzato sul tema della Cultura della Mobilità più dei rappresentanti del mondo della Politica e delle Istituzioni.
Una postilla, per concludere. Recentemente, negli Stati Uniti è stato pubblicato un articolo il cui autore suggeriva - a proposito di uso del telefono alla guida - alcune cose interessanti. Intanto, faceva notare che sarebbe opportuno correggere la narrazione dei fatti, cominciando a dire che eventualmente si muore al telefono e non al volante; poi, che sarebbe il caso di costringere chi produce i telefoni a educare chi li compra; infine, che i Costruttori dovrebbero comunque cominciare a difendere l’automobile, per rendere sicura la quale investono miliardi, stabilendo quali sono le regole da rispettare quando si è a bordo. Fatelo voi, diceva l’autore, e non abbiate paura: per quanto rigida possa essere, nessuna regola o restrizione vi renderà mai tanto impopolari quanto un incidente, specie se mortale.
Buone feste.

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Mercato, stock, Km0: chi vince al gioco dell’oca?

Ci risiamo. Il mercato ha dato numeri buoni a luglio, eccellenti ad agosto, il solito mese jolly. Un’estate apparentemente a gonfie vele, in Italia - in Europa  è stata addirittura clamorosa.  L’effetto Wltp, si è subito detto, ben sapendo quello che si diceva. Ovvero: la spinta delle campagne promosse da Concessionari e Case per smaltire gli stock di auto non conformi alle nuove procedure di omologazione in vigore dal 1° settembre ha prodotto quei volumi e quelle percentuali di crescita. Il punto è che, una volta di più, c’è da chiedersi se immatricolazione sia sinonimo di vendita. A occhio, non lo è, specie se si parla di vendita al cliente privato - che continua a tenersi abbastanza lontano dal mercato. Dunque, il giro appare essere il solito: si sono smaltiti gli stock rimpinguando altri stock. Che, in un modo o nell’altro, vanno a rimpinguare la flotta delle Km0, in carico ai Concessionari. Ad agosto, le Case non hanno praticamente fatto auto-immatricolazioni (e Fiat ha sacrificato così il 1° posto di Panda nella classifica dei modelli più venduti). I Dealer ne hanno fatto il 44,28% in più rispetto al 2017 - senza contare le 1.835 immatricolazioni intestate alle proprie società di noleggio a breve termine. Negli 8 mesi del 2018, sono arrivati a quota 160mila (+22.000 circa sul 2017), a fronte del -25,6% di quelle delle Case (-19.000 unità). I dati sono di Data Force e dicono che i vasi continuano a comunicare: da una parte le auto-immatricolazioni calano, dall’altra crescono. Che si tratti di forzature, lo lasciamo dire a chi le fa e poi se ne lamenta. Che il mercato finirà per pagare questo gioco è fuor di dubbio. Resta da capire quando. La speranza è che non sia necessario sedere sulla riva del fiume, per capire quando accadrà.

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Nessuna nuova sul fronte delle rappresentanze dei Dealer. Il che non è una buona nuova. Le strade, tra Federauto e i promotori della nuova associazione, si sono definitivamente separate con lo scambio di lettere di inzio estate. Posizioni inconciliabili, dialogo inesistente. Fine della possibile collaborazione. Che era la strada auspicata da qualcuno, all’interno della compagnia dei “fuoriusciti”: la Federauto a fare la propria politica, il nuovo gruppo con funzione di task force e l’incarico di occuparsi di uno dei tanti temi che incombono sul business e sugli imprenditori che lo portano avanti. Oggi lo spettro dell’aumento dell’Iva, domani quello del Regolamento europeo - solo per citare due delle aree di intervento in cui il lavoro di lobby potrebbe (avrebbe potuto?) risultare più che utile. Ma no: separati nella stessa casa, si procederà così.

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