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In disordine di apparizione, ad aprire il 2019 dell’auto sono stati l’ufficializzazione della chiusura in negativo del mercato 2018 e le previsioni di ulteriore contrazione per l’anno appena cominciato, la multa da 678 milioni di euro inflitta dall’Antitrust italiano ad alcune tra le maggiori Case e relative Finanziarie, oltre che ad Assofin e ad Assilea (e relativo spettro di una class action da parte dei consumatori), la risoluzione consensuale con cui Fca ha chiuso i contenziosi in materia di emissioni diesel negli Stati Uniti per un costo complessivo stimato di 800 milioni di dollari, le voci che corrono su un maxi richiamo (370.000 vetture) in Europa imposto in Germania al Gruppo Volkswagen. Tutto questo, naturalmente, senza dimenticare i colpi di chiusura 2018, ovvero l’Ecotassa introdotta nella Legge di Bilancio e la decisione, in sede Ue, di fissare al 37,5% il target di riduzione delle emissioni per le auto nel 2030. Per dirla con delicatezza, una partenza d’anno in salita per l’automobile. Che se a volte è vittima per mano d’altri, spesso riesce a farsi male da sé. E invece di tutto ha bisogno, agli occhi del proprio pubblico, tranne che di ulteriori aggressioni auto-inferte alla propria immagine. Se n’è già parlato, ma soffermiamoci ugualmente su questo aspetto dell’inizio d’anno in salita. I costi di modi e pratiche non trasparenti - al di là del concetto di presunzione d’innocenza fino a prova contraria e di eventuali ricorsi pendenti, come accade nella questione dell’Antitrust - sono elevatissimi e vanno ben oltre l’importo delle multe, ancorché milionarie. Perché piantano dentro la testa del pubblico dei consumatori due inalienabili convinzioni: la prima è che devono difendersi (dal Costruttore, dal Dealer, dall’assicuratore, e così via), la seconda è che “tanto sono tutti uguali”, anche quando poi nella realtà così non è. Customer care, customer journey, customer satisfaction: l’attenzione al cliente appare massima quando è già ‘preso’ - appare, sì: laddove la sua soddisfazione è solo merce di scambio, se sia davvero soddisfatto o meno poco importa... - del tutto assente quando è ancora nascosto nell’ombra.

Ma il cliente è tale anche quando non si è ancora mostrato, quando nemmeno lui stesso sa che lo diventerà. Lo è in potenza, e questo dovrebbe bastare a far sì che impegno comune fosse permettergli di associare automaticamente l’automobile al concetto di trasparenza, di sicurezza, di garanzia, più che alla sensazione di libertà, alle emozioni, ai sogni. Sì, è semplicemente questione di Brand reputation, in questo caso del marchio Automobile, che tutti gli altri, quelli delle singole Case, racchiude e contiene e che proprio per questo andrebbe protetto e difeso: chi ruba il mio buon nome... (Shakespeare - Otello, III, 3).  

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Anno XXX è scritto sulla nostra copertina, la prima del 2019, proprio sotto la testata. InterAutoNews entra nel suo 30° anno di età. A partire dal 1989 ha servito l’automobile, testimoniando la crescita e il cambiamento del settore, i suoi momenti di luce e quelli di ombra. Ha raccontato uomini e fatti, ha messo in circolazione e raccolto idee, ha posto domande e cercato risposte, si è proposto come punto d’incontro e come contraltare. 
A 30 anni si è giovani, dopo 30 anni di lavoro forse lo si è un po’ meno. La carta, il bianco e nero: rughe, dice qualcuno, e qualcun altro ha direttamente escluso carta e bianco e nero dal circuito dei propri interessi. Si vive anche di pane, e anche per questo l’apertura a più nuovi canali di comunicazione è prossima. Ma poi, che sia di carta o digitale, InterAutoNews continuerà, come ha fatto in tutti questi anni, a rimanere fedele a se stesso, alla passione per il mestiere in virtù della quale è venuto al mondo, alla formula ideata dal suo fondatore - del quale sente quotidianamente l’assenza, e insieme quotidianamente avverte l’amorevole presenza.

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Il 2018 ha visto chiudersi un percorso lungo e importante, durato 37 anni, all’interno del mondo dell’auto. Quello di Romano Valente, direttore generale dell’Unrae dal 2012, e prima - con ruoli e incarichi diversi e di crescente responsabilità - in Honda Italia, Suzuki Italia, Hyundai Italia, oltre che naturalmente in Fiat. Nessun clamore, nessuna azione pubblica: l’uscita di scena è stata sobria e misurata - lo stile è l’uomo, come si dice. L’Ingegnere ha terminato la sua attività lavorativa “in senso stretto”, adesso nella sua vita torna a regnare l’ordine più naturale delle cose: la famiglia, gli interessi intellettuali, la musica, il mare riprendono a essere le meritate priorità. Per InterAutoNews è stato più di un amico, come lo è stato per anni del fondatore, offrendoci vicinanza e attenzione e cura. Dirgli grazie anche in questo modo, pubblicamente, è cosa che ci piace e ci sembra giusto fare.

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Se Torino va a Milano, e la politica gioca a fare autogol

Perciò Torino va a Milano, nel senso del Salone dell’auto che cambia residenza. Lascia la città che gli era propria, lascia la dimora, il Parco Valentino, che lo ha visto rinascere e prosperare e affermarsi addirittura come standard con il quale dovranno misurarsi da qui in avanti gli show dell’auto, laddove pochi, pochissimi, avrebbero scommesso sulla sua capacità di durare oltre due, tre edizioni. Sono state invece cinque, l’ultima delle quali illuminata dalla presenza di 700mila visitatori e di 54 Marchi auto. Un trionfo di pubblico e di critica. Poi, è entrata in scena la politica – bassa, rigorosamente con la minuscola. E Torino, perciò, se ne va a Milano. Naturalmente, il fulmine a ciel sereno scagliato da Andrea Levy, presidente del Salone, che annunciando il trasloco ha insieme fornito le date del primo appuntamento milanese e quella della conferenza stampa di presentazione, qualche dubbio consistente lo ha prodotto. Si è detto: non si può improvvisare su due piedi un trasloco di questa portata; e in Italia, poi, dove la burocrazia è padrona e per ottenere permessi ci possono volere anni; e per andare a Milano, infine, che ha un’agenda degli eventi in cui, per trovare un buco libero, bisogna fare i salti mortali… E ancora, si è detto, un imprenditore che ha dimostrato di saperci fare, e Andrea Levy lo è, procede per programmi, non per improvvisazioni o colpi di testa. Quindi, si è concluso, la decisione di lasciare Torino non nasce dall’ultimo scontro con l’amministrazione locale – il vicesindaco Guido Montanari in testa, con la sua “speranza nella grandine” affinché mandasse all’aria l’ultima edizione del Salone del Parco Valentino - ma era stata già presa da tempo, si aspettava solo un casus belli per metterla in atto, e il casus belli è puntualmente arrivato.

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