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Maggio ha raccolto 199.113 immatricolazioni, come è stato indicato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, facendo segnare un -2,78% sullo stesso mese del 2017, quando le targhe erano state 204.807. Questo ha portato il cumulato del periodo gennaio-maggio 2018 all’altezza delle 945.677 unità, in leggera flessione (-0,34%) sulle 948.938 dello stesso periodo dello scorso anno. Il 41,11% dei volumi del mese è stato messo insieme negli ultimi 3 giorni: è la quota fin qui più bassa registrata nel 2018. La struttura del mercato di maggio - il terzo mese chiuso in negativo su 5 - manifesta che la flessione è stata ripartita su tutti i canali, con l’esclusione di quello dei privati, la cui crescita è stata però molto lieve: +0,6% (ma nel cumulato la flessione è -6% sullo stesso periodo del 2017, e la quota è scesa al 53,40%). Per il resto, noleggio a -1,9% (con il breve termine a -15,50% e il lungo termine a -4,70%) e le società a -13,10%. Significativo, sul risultato complessivo, è stato anche l’impatto del rallentamento delle auto-immatricolazioni da parte delle Case, che si sono quasi dimezzate nel mese, mentre quelle dei Concessionari sono cresciute (+15%). Per quanto riguarda le performance delle Case, a maggio è proseguita la flessione del Gruppo Fca (-8,22%), che nel mese ha registrato segni positivi con la “solita” Jeep (+129,62%, e volumi raddoppiati rispetto ai primi 5 mesi del 2017), Alfa Romeo (+3,82%) e Ferrari (+15,38%). Oltre a Fiat (-22,81%, la cui quota è scesa al 21,76% nel periodo gennaio-maggio) e Lancia (-4,29%), è andata in segno negativo anche Maserati (-17,91%).  Nella Top 10 dei singoli Marchi, solo in 3 hanno messo a segno un risultato positivo: oltre a Jeep, ci sono anche Volkswagen (+19,98%) e Renault (+4,80%). Per quanto riguarda i Gruppi, clamoroso il +50,93% di Psa; molto buoni il +13,38% di Jaguar Land Rover e il +11,92% di Volkswagen. Per il resto, solo Renault ha tenuto (+0,84%): tutti gli altri hanno chiuso maggio con il segno “meno”.

Se il food delivery consegna lezioni a domicilio

I l titolo è perentorio: “2030: il food delivery ucciderà i ristoranti. E dalle case spariranno le cucine”. L’articolo, pubblicato dal sito Business Insider, porta la firma di Valerio Mammone. Abbonda di dati e virgolettati, è molto dettagliato. Non parla del mercato delle automobili, naturalmente, ma può risultare istruttivo, se si ha voglia di uscire dalla logica “il nostro è un business unico”. 
Food delivery: consegna di cibo a domicilio. In Italia, ci dice Mammone, il fenomeno esplode nel 2015, con nuove startup (Glovo, Foodora, Deliveroo, UberEats...) venute a rompere il dominio di Just Eat. Nel 2017 il mercato vale 201 milioni di euro, +66% sul 2016. Nel primi mesi del 2018, tra piatti pronti o semplice spesa, più di 4 milioni di italiani hanno scelto la consegna a domicilio almeno una volta al mese. Utilizzatori più assidui: i Millennial, fascia d’età tra i 25 e i 34 anni. Entro il 2022 si prevede che le piattaforme di food delivery genereranno un giro d’affari da 2,5 miliardi di euro. 
Il punto centrale dell’asse che i ristoratori hanno costituito con le piattaforme di food delivery - spiega Business Insider - sono i big data. Migliaia di informazioni vengono raccolte ed elaborate ogni giorno dalle piattaforme e poi, dice Samuele Fraternali dell’Osservatorio e-commerce B2C, “i dati vengono rivenduti ai ristoratori, che così possono profilare gli utenti, sapere quali prodotti vanno di più, quali sono i servizi preferiti, quali zone e fasce orarie rendono di più... Il ristoratore non paga tanto il dato, quanto la sua rielaborazione”.

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