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Abbiamo coinvolto i Concessionari italiani in un sondaggio, il resoconto si trova nelle pagine interne, accompagnato da un nostro modesto suggerimento rivolto al lettore: fare oggetto di riflessione costruttiva degli spunti offerti dalle risposte che abbiamo ricevuto.
Qui facciamo, intanto, facciamo nostro quel suggerimento. La scelta non si presentava facile, molti i possibili temi intorno ai quali ragionare. Alla fine tutto si è ridotto a un dilemma, per risolvere il quale si è imposto il romanticismo. La domanda era, con riferimento all’attuale drammatica situazione: quale ritiene essere la risorsa più consistente sulla quale la sua azienda può fare affidamento? La prima risposta diceva: “Nessuna”. La seconda diceva: “55 anni di storia”. Disperazione che sa di fine corsa contro baldanza che sa di voglia di vivere, in apparenza una scelta facile. Ma poi si è fatta strada l’idea (romantica, appunto) di non scegliere, di considerare le due risposte come le due facce della stessa moneta, la risposta di pancia (le emozioni) e la risposta di cuore e di testa (il sentimento che trova fondamento nella logica) che un singolo individuo, sempre lui, può dare alla stessa domanda perfino in due momenti diversi di una stessa giornata – d’altronde, quante volte si è sentito i Concessionari maledire il mestiere salvo poi vederli riabbracciarlo con ardore (e mica solo per mero interesse) il giorno dopo? Tutte le volte, più o meno.

Così, niente da scegliere. Vengono via insieme, le due risposte, a completarsi. Buio e luce. Dentro la disperazione di “Nessuna” si contempla l’istintivo moto di rassegnazione dovuto alla paura dell’ignoto, che è poi il panorama che oggi il settore vede davanti a sé. Il business dei Concessionari appare adesso come una cosa mai vista prima, e più che mai servono una nuova visione e nuove strategie per affrontarlo, e servono soldi freschi e correnti, e vicinanza concreta e concreta comprensione da parte delle Case mandanti, e decisioni immediate e realmente efficaci da parte delle Istituzioni… Serve tanto, e da parte di molti: il destino personale che viene scritto da altri. Ma poi dentro la potenza di “55 anni di storia” si contempla il valore originale, e che non serve elemosinare in giro, dell’appartenenza: a sé, alla propria traiettoria, al mare che si è navigato, ai fortunali ai quali si è scampati; vi si contempla la possibilità di guardare l’ignoto dritto negli occhi e di spingersi oltre la paura che fa, semplicemente perché lo si è già fatto. Era un altro mare, e gli anni non sono 50 ma 30, o soltanto 10? Poco importa, qui davvero conta il pensiero. Questo pensiero: il proprio destino ciascuno se lo scrive da sé. @


L’emozione per l’auto capace di cambiare il mondo

Ventuno mesi dopo, l’automobile è tornata a essere uno spettacolo. La riconquista dello spazio aperto e fisico, della possibilità di esporsi al cospetto di un pubblico in carne e ossa e così di creare finalmente un’esperienza realmente condivisa: c’è qualcosa di bello e di simbolico nel fatto che proprio a lei, l’auto, sia toccato il compito di aprire le porte su quella che oggi si presenta come una stagione nuova, dopo il lungo cupo inverno del nostro scontento durato oltre un anno. Il cammino è lungo, le certezze sono poche, ma le porte sono state riaperte: è tantissimo già così.
Ventuno mesi dopo, e ci va anche un po’ di sano orgoglio, è stata l’Italia a fare questo, con il MiMo, il Milano Monza Open-Air Motor Show. Open-Air, già. Tratto distintivo dell’evento nato per il Parco Valentino di Torino, un formato di esposizione-spettacolo felicemente eversivo e visionario, che nella contingenza è divenuto simbolo di una ri-conquista che si spinge ben oltre i confini automotive. 

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