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Come guardare al materializzarsi parziale del Governo a Verona, durante Automotive Dealer Day, se non con sentimenti contrastanti? L’impegno assunto da Salvini – non solo circa la detrazione al 100% dell’Iva sulle auto aziendali – contiene in sé pragmatismo e una promessa generale di attenzione per il settore che hanno scaldato il cuore della platea. Al tempo stesso, in sottofondo ma abbastanza forte da farsi sentire, striscia il timore che al pragmatismo enunciato dalle parole possa seguire il nulla – volendo così escludere, intanto per il rispetto dovuto a chi lì lo ha portato per mano, che il vice Premier sia venuto a Verona per fare mera campagna elettorale. 

In Italia abbiamo un Governo bicefalo. Potrebbe non essere un male: due teste possono ragionare meglio di una soltanto. Il punto, però, è che i rapporti con chi ci governa ci sono stati rappresentati nel modo seguente. Si parla con l’esponente di una delle due anime (teste) dell’entità che guida il Paese. Gli si spiega la situazione e come siano necessari gli interventi A, B, C. La risposta è: “Hai ragione su tutto, noi vorremmo fare quello che chiedi, ma il problema è che gli altri…”.  Allora si va a cercare l’esponente degli “altri”. Gli si spiega la situazione e come siano necessari gli interventi A, B, C. La risposta è: “Non posso che darti ragione, bisognerebbe fare come dici, ma il problema è che gli altri…”. E così via, ad libitum – con i tecnici, quelli che conoscono la realtà e sanno come i problemi vadano affrontati, bloccati nel mezzo della contesa, terrorizzati. 

Suona per quello che è: una presa in giro. Ed è una pratica, a quanto pare, alla quale si attengono entrambe le teste del Governo bicefalo. Su questo banco di sabbia, per restare a Salvini e all’auto, sembra sia andata ad arenarsi la faccenda delle accise sulla benzina: “Ne taglieremo 7 appena saremo al Governo”, aveva detto il leader leghista il 1° marzo 2018, prima delle elezioni politiche; tutte e 7 le accise sono ancora lì.

Pragmatico è certamente stato Plinio Vanini. La sua mano ha guidato “l’amico Matteo” fino al centro della piazza automotive; lui personalmente ha illustrato al vice Premier lo stato delle cose, dal valore che il settore ha per il Paese alle criticità che è chiamato ad affrontare; lui personalmente si è accollato l’onere di provocare la promessa con i rischi che la stessa comporta, qualora i fatti non dovessero seguire e i cuori appena scaldati dovessero risultarne raggelati. Ci ha messo la faccia, Vanini, di cui è lecito pensare che sa quel che fa. Da Verona esce come figura di riferimento per i Dealer non più solo nella sua qualità di imprenditore. Dopo la minaccia di frattura dello scorso anno, con la prospettiva di veder nascere una nuova associazione dei Concessionari, le cose sembra siano cambiate: Federauto ha un nuovo statuto, il dialogo è tornato (insieme con qualche “separatista”), la rappresentanza effettiva sembra assicurata, a Bruxelles verrà seguita passo dopo passo la nascita del nuovo Regolamento europeo, con le istanze pubblicamente esposte da Vanini sul palco (dati prodotti da Federauto) a beneficio di Salvini e al cospetto di una platea composta sì da Concessionari, ma anche da esponenti delle controparti chiamate in causa (i Costruttori, i player del noleggio). Per dovere di cronaca minima, va detto che c’è chi ha commentato, dopo il dibattito, che il punto non era capire se si era trattato di un comizio elettorale, quanto piuttosto di capire chi dei due, Salvini o Vanini, lo avesse appena tenuto. È un modo, al veleno, per raccontare ciò che è accaduto ad Automotive Dealer Day. Un altro modo per raccontarlo è questo: dai corridoi e dalle segrete stanze la voce dei Concessionari per un giorno si è spostata nella pubblica piazza dell’automotive, dove ha parlato in favore di tutti. Per forma e per sostanza, questo è il racconto che si lascia preferire.

Pragmatismo. Dialogo tra due Concessionari, a Verona. Dice X: “Guarda che, alla fine, noi e le Case siamo sulla stessa barca”. Risponde Y: “L’ho sentito dire. Ma poi anche Noè e il puro e nobile cavallo erano sulla stessa barca, però la visione dell’intero progetto e il timone in mano li aveva uno soltanto dei due”. 

È vero: la visione di dove va l’industria la ha una soltanto delle due parti, così come il timone; e ai Concessionari capita di sentirsi dire, nel corso della stessa seduta: a) che nel 2020 devono rifare le loro sedi; b) che entro il 2028 smetteranno di fare il lavoro che fanno adesso, e per il quale avranno rifatto le loro sedi. Difficile dare torto a Y. Ma X ha una visione d’insieme assai lucida. La barca (la nave, la corazzata) è la stessa, perché il business oggi viaggia in acque inesplorate, battute da venti mai visti soffiare prima. Sotto questa luce nuova andrebbero rivisti i rapporti, se non per amore almeno per convenienza. Del cavallo, e insieme anche di Noè. @


Se Torino va a Milano, e la politica gioca a fare autogol

Perciò Torino va a Milano, nel senso del Salone dell’auto che cambia residenza. Lascia la città che gli era propria, lascia la dimora, il Parco Valentino, che lo ha visto rinascere e prosperare e affermarsi addirittura come standard con il quale dovranno misurarsi da qui in avanti gli show dell’auto, laddove pochi, pochissimi, avrebbero scommesso sulla sua capacità di durare oltre due, tre edizioni. Sono state invece cinque, l’ultima delle quali illuminata dalla presenza di 700mila visitatori e di 54 Marchi auto. Un trionfo di pubblico e di critica. Poi, è entrata in scena la politica – bassa, rigorosamente con la minuscola. E Torino, perciò, se ne va a Milano. Naturalmente, il fulmine a ciel sereno scagliato da Andrea Levy, presidente del Salone, che annunciando il trasloco ha insieme fornito le date del primo appuntamento milanese e quella della conferenza stampa di presentazione, qualche dubbio consistente lo ha prodotto. Si è detto: non si può improvvisare su due piedi un trasloco di questa portata; e in Italia, poi, dove la burocrazia è padrona e per ottenere permessi ci possono volere anni; e per andare a Milano, infine, che ha un’agenda degli eventi in cui, per trovare un buco libero, bisogna fare i salti mortali… E ancora, si è detto, un imprenditore che ha dimostrato di saperci fare, e Andrea Levy lo è, procede per programmi, non per improvvisazioni o colpi di testa. Quindi, si è concluso, la decisione di lasciare Torino non nasce dall’ultimo scontro con l’amministrazione locale – il vicesindaco Guido Montanari in testa, con la sua “speranza nella grandine” affinché mandasse all’aria l’ultima edizione del Salone del Parco Valentino - ma era stata già presa da tempo, si aspettava solo un casus belli per metterla in atto, e il casus belli è puntualmente arrivato.

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