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Un anno e passa dentro lo sconvolgimento da Coronavirus, e ci ritroviamo sempre lì, a fare la conta di ciò che si è perduto, dalle vite umane alle abitudini quotidiane più elementari, passando naturalmente – per chi è dentro il settore – attraverso il numero delle auto vendute, con tutto quello che questo comporta (altre perdite, naturalmente). Tale è la condizione imposta dalla pandemia a questa porzione della nostra vita, assimilabile a quella vissuta da chi è stato dentro un tempo di guerra. Ma poi questa è anche la natura umana, sempre propensa alla nostalgia: il pane come lo si faceva una volta, le nevi di una volta, il futuro non è più quello di una volta, perfino si stava meglio quando si stava peggio. Il passato è un macigno, perché – citazione libera-tutti da Enzo Biagi – “ha sempre il culo più roseo”: tutti i nostri ieri nel ricordo trascolorano e finiscono per perdere ombre e toni cupi, quando ne abbiano avuti. Difficile immaginare che questo possa avvenire domani, quando (ma quando?) dalla pandemia torneremo fuori, anche se qualcuno a qualcosa ripenserà con un sospiro – l’assenza di traffico nei lockdown?, i figli finalmente a casa per più del tempo necessario a consumare un pasto veloce?, la tenuta ormai ufficiale da videoconferenza (pullover a collo alto e pantaloni della tuta, se non addirittura del pigiama)?: qualcosa da rimpiangere certamente qualcuno lo troverà, mettendo da parte il deserto desolato nel quale è sbocciato il fiore che la sua memoria ha scelto di cogliere e conservare.

Ma poi si guarda indietro anche quando guardare avanti è un esercizio reso complicato, quasi impossibile, dalle circostanze. Accade oggi: quando e come si uscirà dall’emergenza non è dato sapere, come non è dato sapere chi saremo dopo, quali conseguenze avrà comportato l’emergenza per le nostre abitudini, per i nostri stili di vita: cosa avremo imparato e cosa invece no, insomma, da questa sciagura. Che, va ricordato sempre, si è abbattuta su una società già alle prese con il Cambiamento, la rivoluzione globale imposta dalla tecnologia. Eravamo già in grado di parlare da lontano guardandoci negli occhi, ciascuno seduto sul proprio divano di casa, e da lì lavorare, ordinare una cena, acquistare un film, un libro, un’automobile - anche elettrica. C’era già tutto quello che oggi c’è, a livello di strumenti. Li usiamo di più, in alcuni casi anche meglio, questo sì. Ma le nostre vite erano già state segnate dal Cambiamento. E i Millennial italiani, in una approfondita indagine promossa dalla Ue, già qualche anno fa si autodefinivano “ciccioni in tuta sul divano”, in una parola: depressi (tre sintomi fanno una patologia), abbattuti dalla mancanza della prospettiva di una vita sostenibile dentro un Paese che dello stesso male soffriva, fingendo però che così non fosse. 

Presagio di un destino collettivo, il divano dei Millennial: ci siamo finiti tutti, adesso, e con il passare del tempo e dei lockdown lo sentiamo sempre meno comodo sotto di noi. E anche la possibilità di fare acquisti da lì, adesso che è diventato un obbligo, sempre meno ci appare un privilegio. Abbiamo imparato a farlo, sappiamo che possiamo acquistare quasi ogni cosa quando vogliamo e senza uscire di casa – ma quando uscire di casa per andare al negozio diventa il privilegio, come cambiano le cose? E se il vero privilegio, alla fine, diventasse poter andare a toccare con mano a qualunque ora del giorno e della notte ciò che vogliamo comprare, per poi concludere l’acquisto quando e dove ci pare, negozio o ufficio o terrazzo di casa che sia? Trasformare in fisico ciò che oggi è virtuale: si può fare?

Avventurarsi in previsioni è difficile, in questo momento, e a volte anche pericoloso, come ha imparato a proprie spese l’ingegner Alberto Gerli, che per aver sviluppato un modello predittivo incapace di previsioni corrette sulla pandemia si è giocato il posto al Comitato Tecnico Scientifico del Ministero della Salute. Ma poi prevedere è il lavoro di manager e imprenditori, immaginare correttamente cosa c’è davanti per impostare strategie efficaci. L’Industria dell’auto non sfugge alla regola, naturalmente. Le certezze ci sono - “L’elettrico ha vinto” (Herbert Diess, Ceo del Gruppo Volkswagen) è la più significativa, e che indietro non si torna lo hanno deciso, e da tempo, le normative. Ma le incertezze permangono, eccome. A tutti i livelli dell’Industria. E le più gravose sono legate alla domanda, al consumatore, se potrà o meno permettersi di acquistare mobilità durante e dopo questa crisi che è anche, e in larga parte, economica. “Comanda il cliente”, un’altra delle evidenze alle quali più si fa riferimento, questo significa. E da qui bisognerà partire, nella rivoluzione di un business che non sarà più quello di una volta, ma non sarà necessariamente peggiore. @


Non è male se il futuro non è più quello di una volta

Un anno e passa dentro lo sconvolgimento da Coronavirus, e ci ritroviamo sempre lì, a fare la conta di ciò che si è perduto, dalle vite umane alle abitudini quotidiane più elementari, passando naturalmente – per chi è dentro il settore – attraverso il numero delle auto vendute, con tutto quello che questo comporta (altre perdite, naturalmente). Tale è la condizione imposta dalla pandemia a questa porzione della nostra vita, assimilabile a quella vissuta da chi è stato dentro un tempo di guerra. Ma poi questa è anche la natura umana, sempre propensa alla nostalgia: il pane come lo si faceva una volta, le nevi di una volta, il futuro non è più quello di una volta, perfino si stava meglio quando si stava peggio. Il passato è un macigno, perché – citazione libera-tutti da Enzo Biagi – “ha sempre il culo più roseo”: tutti i nostri ieri nel ricordo trascolorano e finiscono per perdere ombre e toni cupi, quando ne abbiano avuti. Difficile immaginare che questo possa avvenire domani, quando (ma quando?) dalla pandemia torneremo fuori, anche se qualcuno a qualcosa ripenserà con un sospiro – l’assenza di traffico nei lockdown?, i figli finalmente a casa per più del tempo necessario a consumare un pasto veloce?, la tenuta ormai ufficiale da videoconferenza (pullover a collo alto e pantaloni della tuta, se non addirittura del pigiama)?: qualcosa da rimpiangere certamente qualcuno lo troverà, mettendo da parte il deserto desolato nel quale è sbocciato il fiore che la sua memoria ha scelto di cogliere e conservare.

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