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Ammissione di colpa, paragrafo 1. Su queste pagine si è molto scritto a proposito del disinteresse delle istituzioni italiane nei confronti del settore Automotive italiano. Si è scritto di disinformazione, non ascolto, non comprensione, ostilità, sfruttamento (del settore, come fosse un bancomat o una bestia da latte), eccetera. Lo si è fatto in passato, lo si è fatto con l’attuale Governo e le attuali istituzioni, perché – pur passando il tempo e i Governi – nel tempo è parso di intravedere una certa continuità di atteggiamento. D’altronde, fresco è ancora il ricordo di Salvini che si spende compiaciuto per l’Automotive italiano dal palco di Verona, ancora fresco – andando più indietro - è il ricordo della prima volta in cui si sentì parlare della necessità di istituire una cabina di regia, per coordinare e promuovere “la nuova cultura della mobilità, attenta alla coincidenza tra interessi individuali e collettivi”, perché la nuova mobilità “non accadrà girando una chiave, ma passerà attraverso un lungo periodo di transizione, dove sarà fondamentale la nostra capacità di fare sistema utilizzando al meglio le tecnologie disponibili, pianificando le necessarie infrastrutture e orientando le scelte di politica della mobilità verso l’equazione più efficiente per la collettività” (visione d’insieme, Massimo Nordio allora presidente di Unrae, luglio 2016). 
Ora. Appena qualche settimana fa, spettatori di una delle videoconferenze organizzate da #ADD20, l’Automotive Dealer Day in versione virtual-digitale, abbiamo appreso di essere in torto. E grandemente. Perché, ci è stato rivelato dal presidente di Unrae, Michele Crisci, e dal presidente di Federauto, Adolfo De Stefani Cosentino, Governo e istituzioni che oggi ci regolano e guidano, hanno più volte dimostrato disponibilità, interesse, perfino comprensione delle necessità, ragioni e argomentazioni del mondo dell’auto. Eravamo perciò pronti a rivedere la nostra posizione, ad accogliere con gioia il cambiamento epocale, quasi anche a fare ammenda e a riconoscere la nostra colpa. Senonché, quel giorno lì era l’8 ottobre e via mail ci è arrivato il comunicato congiunto Unrae-Federauto, che recava il titolo “Il mancato rifinanziamento dei fondi per il corrente anno vanifica…”, eccetera. 

Allora effettivamente abbiamo riconosciuto la nostra colpa, l’abbiamo ammessa e abbiamo saputo darle un nome. Si chiama speranza. Ci ha indotto nel tempo ad atti di fede clamorosi, quali credere alle promesse di Salvini, e ritenere che la visione d’insieme di Nordio venisse recepita per quello che era, un progetto da realizzare al più presto, e infine dare per scontato, proprio alla luce del nuovo atteggiamento adottato dai decisori, che chi doveva avrebbe fatto 1+1 e, osservando l’effetto prodotto sul mercato dagli incentivi ad agosto e poi a settembre, avrebbe trovato un modo per continuare a stimolare, fino a fine anno, il mercato stesso. Speranza. Una colpa condivisa – non temiamo di sbagliare, immaginandolo - da manager, imprenditori, addetti, collaboratori, da tutti quelli che compongono, in ruoli e con compiti diversi, il popolo dell’Automotive italiano. Immaginiamo bene, oppure si offenderà qualcuno, per questa chiamata di correità?
Ammissione di colpa, paragrafo 2. Chi scrive possiede e appena può guida un Land Rover Defender 90 Td5 pick up del 2003, omologato come autocarro a uso privato, acquistato usato. Non così ingombrante: ha il passo corto - e i suoi pregi, secondo i canoni dell’odierna mobilità, finiscono qui. I difetti, quanti se ne vuole: è un diesel Euro3, e dunque fuorilegge e bandito pressoché ovunque; non dispone di alcun sistema di protezione intelligente né di alcun ausilio alla guida, fatta eccezione per il servosterzo e l’aspetto (evidentemente percepito come intimidatorio dagli altri guidatori: ne ferma più che un semaforo rosso o uno stop); non monta diavolerie tecnologiche (a parte la centralina elettronica, i cui cablaggi e connettori spesso si riempiono d’olio e smettono di cablare e/o connettersi).
È scomodo accedervi, soprattutto al sedile (seggiolino) centrale dei tre in linea contenuti dall’abitacolo. Che non è una reggia: gli spifferi sono lame, la visuale è assai limitata (e resta a casa quando piove), i finestrini si aprono come si faceva 40 anni fa, olio di gomito; il riscaldamento è un soffio che non scalda però in compenso divora gasolio, i cigolii suppliscono al vuoto lasciato dall’autoradio, da qualcuno per fortuna rubata (chi mai può voler utilizzare un’autoradio su un Defender?). Insomma: è la cosa più vicina a una macchina che si possa immaginare, e la più lontana da un’automobile. E qui sta la colpa che lo scrivente ammette e di cui fa ammenda: è esattamente una macchina, la sua macchina, e come tale fin nel profondo lo appassiona.

Burger King, il tweet geniale e lo spirito del 2020

Con l’approssimarsi del mese di dicembre torna in voga un classico: il gioco sociale che impegna i partecipanti a scegliere l’immagine simbolo dell’anno che si avvia a chiudersi. La nostra modesta proposta, nessuno ce ne voglia, è il volantino pubblicato il 2 novembre su Twitter da Burger King Uk. Sì, quello che implorava “Ordinate da McDonald’s”, e il cui testo cominciava così: “Non ci saremmo mai aspettati di farlo”. Nessuno, a occhio, altrettanto si sarebbe mai aspettato di leggere un simile invito, stante anche la lunga storia di feroce rivalità tra i due marchi che al confronto Senna e Prost erano Castore e Polluce, gemelli in amore. Inevitabile definire “genio” chi – tra i comunicatori di BK – ha partorito l’idea nel suo complesso, richiamo e testo, ché l’uno senza l’altro non avrebbe avuto alcun senso. Perché quell’implorazione a caratteri cubitali e dal contenuto così sconcertante ha garantito visibilità al messaggio contenuto nel testo, ancora più forte dello strillo pro-McDonald’s. Ridotto all’essenza, questo il messaggio: “Aiutate l’industria della ristorazione, che impiega migliaia di persone e in questo momento ha bisogno del vostro supporto” e perciò, era l’invito esteso, acquistate cibo (in consegna, da asporto o via “drive thru”) dal ristorante che preferite, piccolo o grande, veloce o lento, appartenente a una catena o indipendente. Non importa da chi lo fate, ma fatelo: aiuterete l’industria.

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