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“Giacomo scrive: ‘Io vivo a Bergamo e qua nessuno in questi giorni è uscito sul balcone a suonare e cantare. Nessuno è uscito ad applaudire. Nessuno ha fatto il flash mob voluto dalla Barbara D’Urso. Qui tutti hanno dentro una tristezza che gli impedisce ora di alzare la testa e di gridare che ‘ce la faremo’. Gli arcobaleni con la scritta ‘Andrà tutto bene’ sono riservati ai bambini, solo perché, pur se angosciati e tristi, non se la sentono di spegnere il sogno di un futuro colorato ai più piccoli. Ma i morti aumentano in questa terra, ognuno a Bergamo ha almeno un contagiato tra i propri conoscenti, se non un morto da piangere. E forse questo i media nazionali non lo hanno fatto ancora comprendere. Ogni giorno che passa mi arrivano messaggi: lui sta malissimo. Oppure, lei se n’è andata, quel lavoratore che conoscevi di 46 anni se ne è andato e ha lasciato 4 figli. Fino a qualche giorno fa, erano pochi, a dire il vero, non sembrava così tragica la situazione nella provincia bergamasca. Anche se i segnali d’allarme c’erano tutti. Adesso invece nessuno può far finta che sia una situazione superabile. Non voglio creare paure. Non occorre essere di Alzano o Nembro, paesi ritenuti focolai di questo virus mortale, per dire che in questi paesi le campane a morto ormai scandiscono il tempo e le sirene delle ambulanze annunciano che qualcun altro è stato colpito. Solamente una settimana fa, sulle pagine Facebook erano tutti a caccia del contagiato. Una ricerca sciocca all’appestato. Sono bastate poche ore perché nessuno chiedesse più nulla: perché il virus che non fa sconti ha colpito qualcuno vicino, il collega, l’amico, il conoscente, se non un familiare. È un tempo triste. Proprio come un esodo biblico, in questo tempo che per la cristianità corrisponde alla Quaresima, si è smarriti nel deserto dell’impotenza, nella tristezza per chi se ne va e non ha nemmeno una carezza prima di morire e, dopo la morte, solo una fugace e segreta sepoltura.

Adesso si sta solamente cercando di fermare il contagio, e ogni minima cosa ti preoccupa, ogni sintomo influenzale che sentiamo ci tiene in apprensione, eppure si contano i morti: a Bergamo città una sepoltura dietro l’altra, e ci si trova impotenti. Con le mani in mano, bloccati in casa come agli arresti domiciliari, e con annunci di morte che sembrano sentenze che spezzano il cuore. Anche ora ci sono nuovi colpiti e altri caduti in questa guerra impari... Solo ieri più di 500 casi. Forse non si è capita, a livello nazionale e internazionale, questa ecatombe perché è successa a Bergamo e qui difficilmente amano la ribalta. Ecco perché voglio gridarlo ai quattro venti a tutti coloro che ancora possono: restate in casa, proteggetevi. Questa tempesta che ha per nome Coronavirus sta portando via una generazione alla nostra società, un patrimonio di saggezza e di amore: non c’è tempo da perdere sia al Nord che al Sud. Chi può e ha capito tiene i propri cari come sotto una teca, li venera come una reliquia. Evita loro qualsiasi contatto con il mondo esterno, perché sa che fuori da questa campana di vetro invisibile per loro sarebbe la fine. Ecco perché io, anche se avrei voluto, non ho cantato e non ho applaudito ai balconi accendendo luci per il flash mob: il cuore era gonfio di dolore”. 
(Dalla pagina Facebook “Venditori & Concessionari auto”)

“Ciao Alessio. Ma ho chiamato la concessionaria e dice che è tutto chiuso. Ma cosa è successo?”
(Dalla pagina Facebook ‘Venditori e Concessionari auto’: messaggio Whatsapp inviato ad Alessio G. il 18 marzo) 

“La debolezza del nostro sistema imprenditoriale è stata, negli ultimi anni, l’esiguità degli investimenti in tecnologie, che sono più bassi rispetto agli altri Paesi europei con i quali siamo in concorrenza. La speranza è che l’epidemia, che costringe le persone a casa, possa contribuire a convincere gli imprenditori - soprattutto i più piccoli - che gli investimenti in tecnologia sono necessari per aumentare la produttività. Farlo non vuol dire necessariamente ridurre il costo del lavoro ma, al contrario, far aumentare contenuti e capacità di chi lavora”.
(Andrea Mignanelli, fondatore e Ceo di Cerved)

“(…) Ciononostante, nel corso dei controlli non sono mancate persone che hanno violato i divieti imposti dal Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri. In particolare, è stato denunciato il titolare di una concessionaria di vendita di automobili della provincia di Isernia, che non poteva mantenere aperta l’attività, e di un suo dipendente e di un avventore presenti all’interno della stessa in violazione delle norme imposte dal decreto”.
(Da Il Quotidiano del Molise on line, 14 marzo)

P.S.: Un abbraccio, virtuale ma forte e affettuoso, alla moglie e ai figli di Emilio Carlo Carulli, preso alle spalle e portato via di notte dal nemico.
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Manifesto per chi vuole resistere

Nulla sarà più come prima, è il mantra che ci stiamo ripetendo davanti all’ignoto e ai relativi interrogativi – quando finirà? E come sarà quella che allora chiameremo “normalità”? – generati dalla pandemia di Coronavirus. E la storia del mondo domani o dopo potrà essere datata a.C. (avanti Coronavirus) e d.C. (dopo Coronavirus).
Non sfugge, né sfuggirà, a tale destino il mondo automotive a livello globale, ben dentro la tempesta perfetta. Sorpreso, travolto, molto preoccupato. Fabbriche chiuse, concessionarie chiuse, tutto fermo, immobile. Scenario di guerra. 
Il dramma – che è molto vicino a essere una tragedia – non è uguale per tutti. Soffrono tutti, ma qualcuno di più: per restare all’Italia, il comparto della distribuzione auto. Il colpo subìto lo ha messo in ginocchio, la terra non è mai stata tanto vicina. Nell’intervista che pubblichiamo, Adolfo De Stefani Cosentino, presidente dei Concessionari, dice tra l’altro: “Tra il 10% e il 20% delle aziende è a rischio chiusura”. Il Governo ha varato provvedimenti per le imprese ritenuti inadeguati dai Dealer, non idonei alla loro realtà: con fermezza e chiarezza gli è stato fatto notare, si aspettano risposte. Il Governo anche su questo tavolo si gioca la faccia, ma i Concessionari ci si giocano la vita. Non è lo stesso gioco. Insistere, e resistere: è ciò che la Federazione farà, e si spera che lo facciano anche le Case auto. Se davvero si è partner, alla guerra si va insieme.
Ma poi non c’è a.C. senza d.C. E il dopo, quella “normalità” per nulla somigliante alla normalità che fino a ieri abbiamo praticato, forse non è immaginabile, ma desiderabile certo lo è. Può bastare, per resistere. Per conservare o ritrovare la voglia di combattere. Esploratori dell’ignoto, forse in numero ridotto, ma sul pezzo, con rabbia e per amore (del proprio lavoro, dell’impresa che hanno ereditato o creato dal nulla): i Concessionari ci saranno.
Come tutti noi, oggi sono reclusi ma non per forza esclusi. Dal domani, quando verrà.
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