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Davvero Internet è una miniera. Cerchi notizie su Trump che ha rispolverato la minaccia di imporre dazi del 25% sulle auto importate dall’Europa, questa volta per costringere Francia, Gran Bretagna e Germania ad accusare formalmente l’Iran di aver violato l’accordo sul nucleare del 2015. Mentre cerchi, e intanto ti chiedi quale razza di karma negativo abbia accumulato l’industria dell’auto europea, del tutto casualmente ti imbatti in un tesoro, ovvero quella che qui diventa la citazione del mese. 
Eccola: “L’innovazione da sola non basta. In molti casi l’uomo deve essere aiutato a prendere decisioni coraggiose. Ci vogliono le leggi. Altrimenti, anche per ragioni di convenienza immediata, tutto rimane come prima”.
Parole da leggere, rileggere, memorizzare. Il bello ulteriore è che a pronunciarle non è stato né Abramo Lincoln, né Winston Churchill, né Steve Jobs, ma Giorgetto Giugiaro, nel 2014. Uno che, innovando, con coraggio, aiutandosi con le leggi (avvalendosene cioè per definire il perimetro dentro il quale creare), tenendosi sempre alla larga dalla convenienza immediata, ha contribuito a fare – con le sue proprie mani – la storia dell’automobile.
Parole sante. E attualissime, anche solo restando all’industria dell’auto europea. Che in alcuni casi – prendiamo l’elettrificazione – probabilmente ben volentieri, per ragioni di convenienza immediata, tutto avrebbe lasciato come prima, se non ci fossero state le leggi a imporle il cambiamento (che richiede, pur se imposto, una dose enorme di coraggio). Che in altri casi – prendiamo la drammatica situazione della mobilità in Italia – chiede a voce alta, del tutto a ragione, leggi, ovvero regole precise e uguali per tutti e in ogni angolo del Paese, per uscire dallo stallo creato dalla convenienza immediata (dei cosiddetti decisori) e in cui tutto rimane come prima, così che l’uomo possa essere aiutato a prendere decisioni coraggiose (cambiare auto, oggi, lo è) e l’innovazione possa trovare la via dell’effettiva applicazione.

Leggi subìte e inutilmente combattute, leggi auspicate e inutilmente invocate: due estremi che si toccano nel gravoso compito di congiungere l’uomo all’innovazione. Davvero: che razza di karma negativo ha accumulato l’auto in Europa? E in Italia, poi? Perché qui da noi si paga il conto presentato dalle leggi esistenti e insieme quello presentato dalle leggi (e dalle regole) inesistenti. Commentando la recente decisione della sindaca Raggi di disporre a Roma il blocco della circolazione di tutti gli autoveicoli diesel, Euro6 di ultima generazione compresi, da Unrae a Aniasa, da Federauto al Cnr sono state usate parole come insensatezza, illegittimità, inutilità, gravità, disagio, miopia, illogicità. Parole forti, eppure nemmeno una fuori posto. Insensatezza definisce alla perfezione il modo in cui agisce chi ci guida. Ma illegittimità promette di più, per la prospettiva che apre. L’ha usata il Codacons. Che difende i consumatori. Cioè, nel caso, quelli che comprano e utilizzano le automobili. E che, giova ripeterlo, sono i veri follower di riferimento per le Case, per i Concessionari, per le associazioni della filiera. 
L’infinita pazienza con cui il settore auto italiano ha cercato e continua a cercare il dialogo con chi non vuole ascoltare è un atto di virtù ammirevole. Quattro anni dopo la prima proposta avanzata da Unrae di creare una cabina di regia permanente sulla mobilità, poi divenuta un tavolo permanente sulla mobilità, a Roma gli Euro6 di ultima generazione vengono bloccati mentre viene lasciata via libera alla flotta di autobus più vecchi d’Europa (7 su 10 hanno oltre 12 anni di età); un’auto che può circolare in Veneto non può farlo in Emilia Romagna e/o viceversa; i diesel devono essere cancellati dalla faccia della terra e le benzina vecchie di 8, 10, 12 anni no, libere come il vento. 
Non ha fallito Unrae: ha fallito e continua a fallire il Governo, hanno fallito i ministri, i sindaci, gli assessori, tutti quelli che si sono succeduti sulle poltrone di comando, tutti quelli che hanno fatto promesse sapendo che tanto, poi, al momento di mantenerle non sarebbero più stati lì. 
La ricerca del dialogo è una virtù, ma fare squadra con chi non c’è o non vuole esserci è impossibile. Meglio guardare chi c’è, allora. I consumatori, gli automobilisti, i follower del settore: le prime vittime dell’assenza di una strategia di governo, beffati a Roma come tante altre volte nel resto d’Italia. Gente comune: postano recensioni sui social, votano alle elezioni, all’occorrenza riempiono le piazze: un potenziale gruppo di pressione. Gente comune, ma tanta; clienti non soltanto di un Marchio o di un Concessionario, ma di una cosa più grande, che tutta l’industria e tutte le auto contiene: la mobilità. Sì, forse è ora di cambiare interlocutore.
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Manifesto per chi vuole resistere

Nulla sarà più come prima, è il mantra che ci stiamo ripetendo davanti all’ignoto e ai relativi interrogativi – quando finirà? E come sarà quella che allora chiameremo “normalità”? – generati dalla pandemia di Coronavirus. E la storia del mondo domani o dopo potrà essere datata a.C. (avanti Coronavirus) e d.C. (dopo Coronavirus).
Non sfugge, né sfuggirà, a tale destino il mondo automotive a livello globale, ben dentro la tempesta perfetta. Sorpreso, travolto, molto preoccupato. Fabbriche chiuse, concessionarie chiuse, tutto fermo, immobile. Scenario di guerra. 
Il dramma – che è molto vicino a essere una tragedia – non è uguale per tutti. Soffrono tutti, ma qualcuno di più: per restare all’Italia, il comparto della distribuzione auto. Il colpo subìto lo ha messo in ginocchio, la terra non è mai stata tanto vicina. Nell’intervista che pubblichiamo, Adolfo De Stefani Cosentino, presidente dei Concessionari, dice tra l’altro: “Tra il 10% e il 20% delle aziende è a rischio chiusura”. Il Governo ha varato provvedimenti per le imprese ritenuti inadeguati dai Dealer, non idonei alla loro realtà: con fermezza e chiarezza gli è stato fatto notare, si aspettano risposte. Il Governo anche su questo tavolo si gioca la faccia, ma i Concessionari ci si giocano la vita. Non è lo stesso gioco. Insistere, e resistere: è ciò che la Federazione farà, e si spera che lo facciano anche le Case auto. Se davvero si è partner, alla guerra si va insieme.
Ma poi non c’è a.C. senza d.C. E il dopo, quella “normalità” per nulla somigliante alla normalità che fino a ieri abbiamo praticato, forse non è immaginabile, ma desiderabile certo lo è. Può bastare, per resistere. Per conservare o ritrovare la voglia di combattere. Esploratori dell’ignoto, forse in numero ridotto, ma sul pezzo, con rabbia e per amore (del proprio lavoro, dell’impresa che hanno ereditato o creato dal nulla): i Concessionari ci saranno.
Come tutti noi, oggi sono reclusi ma non per forza esclusi. Dal domani, quando verrà.
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