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Il collega, giornalista professionista con l’auto nel cuore, da 5 anni lavora nella redazione del sito Internet di un quotidiano. Racconta questo: “Oggi in redazione sono arrivate due ricerche sull’auto. La prima era un ponderoso studio sulle emissioni inquinanti e climalteranti dei motori a combustione interna, documentatissima; la seconda era la classifica dei colori preferiti dagli italiani per la propria automobile”. Fa una pausa. Poi: “Indovina quale è finita nella homepage?”. “Colonna di destra?”, gli viene chiesto. “Colonna di destra”, conferma. Non serve aggiungere altro: il ponderoso studio è finito nascosto in qualche pagina interna, in una sotto-sezione del menu principale.

Colonna di destra. La “colonna infame”, come la chiamano molti colleghi. Ovvero, per dirla con Alessandro Gazoia, scrittore e saggista, autore dell’ebook “Il web e l’arte della manutenzione della notizia” (Minimum Fax, 2013), lo spazio della homepage che favorisce “(…) il contenuto acchiappa-clic, chiamato anche, enfatizzando le diverse caratteristiche, “fritto misto”, “boxino-morboso”, “strano-ma-vero”. Una colonna di destra ripiena di Nicole Minetti in costume al mare, cavalli con i jeans, cavalli che sorridono con i jeans, madonne piangenti, memorabili gol, memorabili gol sbagliati, video virali su YouTube, tatuaggi di qualsiasi tipo e foggia, Rihanna mentre fa una qualsiasi cosa (compreso un tatuaggio), clamorosi quasigol e clamorosi autogol, Fabrizio Corona in canottiera e sigaretta, favolose scarpe delle star, pettinature folli delle star, raccolte dei tweet folli e favolosi sulle scarpe e le pettinature delle star, canestri spettacolari della Nba, Raffaella Fico e Mario Balotelli litigati, gnu divorati da pitoni, Mario Balotelli e Raffaella Fico riappacificati, gnu divorati da leoni, Nicole Minetti in costume al mare (d’inverno a Miami). Il contenuto di solito è proposto in forma di foto-notizia o video-notizia, con breve testo a corredo o direttamente come galleria fotografica con minime didascalie”.

Ancora Gazoia, dopo un giro d’orizzonte sui siti dei quotidiani stranieri, scrive (sempre nel 2013): “(…) I nostri quotidiani si sono spinti con la colonna di destra a imitare il giornalismo basso e veloce del MailOnline per attirare i lettori digitali che non comprano Repubblica a 1,20 euro (siamo sempre nel 2013, ndr) ma guardano volentieri sul web una galleria fotografica con “le ginocchia raggrinzite delle star”. Cercano quindi d’intercettare il numeroso pubblico amante dei portali come Virgilio e Libero, dove abbondano i temi più facili, e di far così crescere le pagine viste, parametro fondamentale in un sistema economico basato ancora in buona parte su vendite di pubblicità secondo il modello Cpm (costo per migliaia di pagine viste). Questo modello in America è solitamente riassunto col poco entusiasmante adagio di “I dollari analogici sono diventati centesimi digitali”, in quanto ai ricchi profitti degli annunci (classified ads) cartacei, fondamentali per la sostenibilità economica di quelle testate e messe in crisi irreversibile da Craiglist, Monster.com e compagnia, si sono sostituiti i pochi centesimi di guadagno delle pubblicità su web. Dove è inoltre fortissima la concorrenza dei motori di ricerca e dei social network, che possono contare sulla continua generazione di contenuti gratuiti da parte degli utenti e sulla loro visualizzazione di annunci personalizzati, naturalmente meglio pagati”.

La colonna di destra. Certamente la più frequentata, con i contenuti più condivisi, con il pubblico più eterogeneo, con i follower più follower che ci sono, e che generano altri follower. Attenzione: molto è cambiato dal 2013, oggi ci va il gossip (meno becero, poi dipende dal quotidiano, certo) ma anche lo sport e gli spettacoli, le foto d’autore e i video strani, divertenti, toccanti; ci va quello che incuriosisce, fa parlare, fa venire un’irrefrenabile voglia di condivisione. Ci vanno The Jackal e il gol da centrocampo, Obama nel parterre di una partita Nba e il concorrente del Talent Show che spacca, il cane che salva il bambino e un giro in pista con Vettel. E ci va la classifica dei colori preferiti dagli italiani per la propria automobile, o delle auto più costose di sempre, o delle auto preferite dalle donne. Con il link di chi le ha stilate, quelle classifiche. Che verranno condivise e commentate e ri-postate – sempre portandosi appresso quel link. E si sa come funziona con i link: clic dopo clic si può risalire dalla pancia fino alla testa, dal gag della torta in faccia al monologo di Valerio Mastandrea sul Paese in cui “è sempre colpa di un altro”, da una classifica delle auto più vecchie in circolazione al ponderoso e fondamentale studio sulle emissioni inquinanti e climalteranti dei motori a combustione interna. Vale la pena ragionarci su?

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Se Torino va a Milano, e la politica gioca a fare autogol

Perciò Torino va a Milano, nel senso del Salone dell’auto che cambia residenza. Lascia la città che gli era propria, lascia la dimora, il Parco Valentino, che lo ha visto rinascere e prosperare e affermarsi addirittura come standard con il quale dovranno misurarsi da qui in avanti gli show dell’auto, laddove pochi, pochissimi, avrebbero scommesso sulla sua capacità di durare oltre due, tre edizioni. Sono state invece cinque, l’ultima delle quali illuminata dalla presenza di 700mila visitatori e di 54 Marchi auto. Un trionfo di pubblico e di critica. Poi, è entrata in scena la politica – bassa, rigorosamente con la minuscola. E Torino, perciò, se ne va a Milano. Naturalmente, il fulmine a ciel sereno scagliato da Andrea Levy, presidente del Salone, che annunciando il trasloco ha insieme fornito le date del primo appuntamento milanese e quella della conferenza stampa di presentazione, qualche dubbio consistente lo ha prodotto. Si è detto: non si può improvvisare su due piedi un trasloco di questa portata; e in Italia, poi, dove la burocrazia è padrona e per ottenere permessi ci possono volere anni; e per andare a Milano, infine, che ha un’agenda degli eventi in cui, per trovare un buco libero, bisogna fare i salti mortali… E ancora, si è detto, un imprenditore che ha dimostrato di saperci fare, e Andrea Levy lo è, procede per programmi, non per improvvisazioni o colpi di testa. Quindi, si è concluso, la decisione di lasciare Torino non nasce dall’ultimo scontro con l’amministrazione locale – il vicesindaco Guido Montanari in testa, con la sua “speranza nella grandine” affinché mandasse all’aria l’ultima edizione del Salone del Parco Valentino - ma era stata già presa da tempo, si aspettava solo un casus belli per metterla in atto, e il casus belli è puntualmente arrivato.

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