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Cose che non si dovrebbero mai fare in un articolo: cominciarlo con una citazione, parlare di sé. Su questo punto i maestri erano inflessibili, ai tempi in cui a essere giornalisti lo si insegnava ancora dentro le redazioni. Ma adesso i maestri non ci sono più, al massimo ci sono i professori. E poi questo forse non è un articolo in senso stretto. Quindi, intanto, ecco una citazione - non esattamente all’inizio, i maestri saranno clementi.
“I giornalisti... ah! Un branco di analfabeti con la forfora sul collo e le pezze al sedere, che spiano dai buchi delle serrature e svegliano le persone nel cuore della notte per domandare se hanno visto passare un bruto in mutande, che rubano alle vecchie madri le fotografie delle figlie violentate in Oak Park e tutto perché? Perché un milione di commesse e di mogli di camionisti ci piangono sopra. E poi... il giorno dopo la prima pagina serve per incartare un chilo di trippa”. 
Fine della citazione (da “Prima Pagina”, Billy Wilder, 1974).
E adesso parliamo di noi.

Noi, i giornalisti. Se ne parla anche troppo, ultimamente. La categoria finita dentro il frullatore di un contenzioso, violento e dai toni volgari, voluto da chi guida il Paese ed è stato evidentemente contagiato dalla “sindrome del conducente” (vietato parlare al conducente, figuriamoci contraddirlo). Niente di nuovo, già visto. Ci sono anche le liste di proscrizione, naturalmente, e nemmeno quelle sono una novità. Ogni Governo, ogni uomo di potere, ha avuto e ha le proprie.
Ma poi, i giornalisti...
La presunzione di poter incidere, l’umiltà di chiedere. Tra incudini e martelli, servi di una moltitudine di padroni: il datore di lavoro, i soggetti di cui si scrive, l’etica, la deontologia professionale, la curiosità, infine l’ego - a volte perfino la verità. Pennivendoli, “giornalai”, cacciatori di gadget, volpi del dessert, tuttologi, l’immancabile romanzo nel cassetto, la sceneggiatura che prima o dopo..., il sogno sbandierato (a ogni lite, a ogni trasferta cancellata, a ogni torto avvertito) di un’altra vita altrove a occuparsi d’altro, e insieme l’incubo che quel sogno si possa avverare: ci può essere vita dopo questa vita?  
“Mi hai letto?”, “mi raccomando la firma”, “ti faccio sessanta righe, non una di meno”, “ma va in prima?”, l’immancabile “visto? L’ho fatto a pezzi...”: la penna è più forte della spada - ed è decisamente più comoda per scrivere (citazione). 
Vite scompaginate, la valigia sempre pronta, il cellulare sempre acceso, e ristoranti, alberghi, aerei, e poi aerei, alberghi, ristoranti. I figli che crescono al telefono. Gli innamoramenti e le separazioni al telefono. Un sacco di gente intorno, sempre. Solitudine, eppure.
La mazzetta dei giornali, “vuoi mettere l’odore della carta...?”, il buco dato, il buco preso, “scienza va con la i, giusto?”, “scrive da Dio ma non sa cosa scrive”, “ha grandi intuizioni ma le scrive da cani” - alla sua penna stanno attaccati una moglie, due figli, un mutuo: c’è da capirlo, se la sua prosa zoppica (citazione).
La passione. La curiosità. L’amore per il mestiere. Un “no” che non è mai una risposta. “Un’altra domanda, posso?”. La prima linea ogni giorno. Fare, disfare e ricominciare: giorno dopo giorno come Penelope, per tutta una vita. E non ce n’è una migliore: pasti mal mangiati, sonno perso a pacchi, sapore di sigaretta in bocca anche se non si fuma perché c’è sempre uno che lo fa almeno per due, ma poi vuoi mettere? È sempre meglio che lavorare... La curiosità. La passione. Soprattutto e sempre la passione. La più inflessibile, violenta e per questo irrinunciabile padrona.

Claudio e Marcello se ne sono andati. Nobis e Pirovano. C’erano da sempre, restano nella nostra storia. In quella dell’auto in Italia sicuramente: in modo diverso, perché ognuno di noi lo è - colleghi diversi, siamo -, hanno contribuito a scriverla entrambi. Per qualcuno restano anche nella storia personale. Marcello Pirovano, il “giornalista creativo”. E Claudio Nobis - migliaia di sigarette, milioni di parole, dipendenza da lavoro incurabile, incazzatura facilissima, memoria da elefante, consapevolezza del ruolo, peso specifico altissimo, Giornalismo con la maiuscola: Nobis, lui. Più familiare a chi scrive in virtù di una decina d’anni di contiguità di spazio e di tempo (la bandiera era la stessa) ma prima e soprattutto perché, fino a un certo punto, non c’era Claudio senza Tommaso, e viceversa. Fino a un certo punto, perché la vita a volte si incarta su se stessa e manda all’aria tutto quello che aveva costruito prima (fare, disfare e rifare di nuovo).
Ovunque siano, è facile che prima o dopo si trovino - nessuno dei due un santo, nessuno dei due un diavolo. Avranno tempo, tutto quello che vogliono, e le parole per ritrovarsi, tutte quelle che vogliono - ma Claudio, naturalmente, almeno un milione in più. 
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Dealer, quando la lotta fa bene alla pace

Dentro la sollevazione pronta e unitaria del settore auto italiano seguita all’introduzione dell’Ecotassa – sollevazione che è stata fin qui il solo e unico benefico effetto sortito dalla non comprensibile decisione del Governo – sono scomparsi d’incanto le turbolenze e il progetto di scissione all’interno del mondo delle rappresentanze dei Concessionari italiani. Una conquista enorme, considerato il clima dello scorso anno e i toni forti della diatriba.

Della nuova associazione dei Dealer non si parla più. Il che non significa che i grandi Gruppi abbiano perso la voglia (la forza non la perderanno certo) di essere attivi e pure rappresentativi: una delle richieste avanzate a Federauto prima dell’avvio della procedura di scissione di inizio estate 2018, all’epoca non accolta dal presidente De Stefani Cosentino, ovvero l’adesione diretta dei Concessionari alla Federazione, senza quindi l’obbligo di passare attraverso le associazioni di marca, è adesso argomento di pacata discussione (in corso) e le probabilità che ottenga il via libera sono più che alte – per non scontentare nessuno si potrà aderire alla Federazione sia tramite associazione di marca sia liberamente, l’una possibilità non escluderà l’altra. Un’apertura di dialogo concreta, sui fatti: buona notizia.

Ma c’è altro. In sede di Unione europea, dove si è almeno abituati, per cultura, ad ascoltare, è stata rappresentata da Federauto la delicata questione della vendita dei veicoli alle flotte da parte delle Case – a prezzi e condizioni che i Concessionari nemmeno si sognano, e soprattutto vendita diretta. E sempre per rimanere alla Ue, un intervento in quella sede per rappresentare le problematiche legate ai contratti tra Case e Concessionari (sul nodo del recesso, in particolare) era stata indicata tra le possibili azioni da intraprendere al più presto dai promotori della nuova Associazione, quando ancora sembrava che questa dovesse realizzarsi. 

Nel nuovo scenario di collaborazione che sembra aprirsi per il settore, potrebbe realizzarsi così compiutamente l’idea di quanti – tra i fondatori della nuova Associazione – non erano del tutto propensi alla scissione da Federauto né allo scontro, e immaginavano il nascente soggetto più come una task force cui affidare questo o quel compito particolare da portare a termine. Fiancheggiando la Rappresentanza ufficiale e non entrando con la stessa in rotta di collisione: ciascuno porta le proprie competenze, le proprie conoscenza e capacità e le mette a disposizione della collettività.

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