I cookie ci aiutano a fornire, proteggere e migliorare i servizi di InterAutoNews.
Continuando a usare il nostro sito, accetti la nostra normativa sui cookie.

Sembra che, dai e dai, i Concessionari se ne siano accorti. Non solo che il loro business sta cambiando, ma anche in che modo lo sta facendo.
“Stiamo cominciando a capire”, è la frase d’esordio, questa volta, nel consueto giro d’orizzonte mensile. Segue un lucido ragionamento che delinea un quadro dai contorni sempre più netti. E che si riassume così: “Le Case si stanno prendendo tutto”.
Quindi, notiziona. I Concessionari – la categoria - si stanno rendendo conto che alla domanda su quale vogliono che sia il loro ruolo devono dare una risposta. E in fretta, anche. Scavalcati a destra dalla politica delle Case – che fanno il proprio lavoro, cioè i propri interessi -, a sinistra da Internet che ha educato il consumatore e se lo è preso, messi alle strette da un mercato ormai di flotte e noleggio e società e naturalmente km0 (una sorta di obolo; a proposito: “I love km0”: fischiano le orecchie a qualcuno?), legati a doppio filo al raggiungimento dei bonus per andare avanti, sulla carta ancora padroni del territorio nel quale operano ma al tempo stesso, ancora a causa di Internet, espropriati di quel territorio, scoprono adesso che il gioco di rincorsa nel quale sono ingaggiati è, tale e quale nel poker, un gioco a mandar via.

È vero, la posizione delle Case è dominante. Potrebbe essere, è mai stato, altrimenti? La memoria, alla quale abbiamo dato spazio nel corso dell’ultimo anno ripercorrendo la storia della distribuzione dell’auto in Italia, dice di no. Dice che c’è stata un’evoluzione continua, lenta e inesorabile, in questa direzione. Sono cambiati i modi, sono cambiati gli uomini e i rapporti, ma, ancora, il Costruttore fa i propri interessi. Oggi li sta facendo con le flotte, con i dati, con i ricambi, con il rinnovo dei contratti. Non aver capito, o non aver voluto capire, quale strada si era imboccata è un peccato commesso, non un torto subìto. 
Non tutti i Concessionari hanno subìto e subiscono, naturalmente. Oggi è il tempo dei grandi Gruppi e dei grandi fatturati, dell’impegno spalmato su più Marchi e su più sedi, di una forza contrattuale capace di ottenere ascolto. È una strada. Ma poi ci sono anche realtà diverse, più ridotte in dimensioni e fatturati, che se la cavano egregiamente: chi governando davvero il territorio fino a rendersi indispensabile, chi investendo sui servizi, chi aprendosi a Internet, hanno creato per tempo i presupposti per dipendere da sé stessi soltanto, e garantirsi continuità. Hanno giocato d’anticipo, hanno fatto gli imprenditori. È un’altra strada. Ma la categoria, nel suo complesso, non sembra aver colto i segnali che negli anni pure ci sono stati. 
Lo scenario attuale dice, più o meno, ognuno per sé e quasi nessuno per tutti. C’è una Federazione, è vero, e insieme ci sono le Associazioni di Marca: servono realmente l’una alle altre e viceversa? Oppure finiscono per limitarsi a vicenda? Chi e dove rappresenta davvero i Concessionari? Non si vuol togliere spazio e potere (?) a nessuno, ponendosi queste domande; si vuole, si vorrebbe, capire dove e perché gli organismi di rappresentanza non sono più così rappresentativi, o non possono esserlo, o hanno smesso di esserlo.
A parlare di rappresentanza, di sindacato, si corre sempre il rischio di spaventare qualcuno (tutti, in realtà). Meglio usare la parola lobby, la locuzione gruppo di potere? Non si intende aizzare il popolo alla rivolta, ma solo all’unità, per una categoria che nell’unità può ri-trovare la propria identità. Non fosse altro che per capire quale è la visione dei Costruttori, se e come può essere condivisa, e in che modo portare avanti l’impresa.
Ci sono, oggi, più soggetti – oltre Federauto - che vorrebbero essere rappresentativi – e non sono solo quelli che si sono raccolti intorno a un grande Gruppo e alla sua visione del business. Non è un bel segno. Il fiume che si scioglie in rivoli ha perso e la visione e la missione: arrivare al mare. “Stiamo cominciando a capire”, allora. Riprendiamo da qui. Vediamo se è vero.

 

Di Claudio,  Marcello, la passione: parliamo un po’ di noi

Cose che non si dovrebbero mai fare in un articolo: cominciarlo con una citazione, parlare di sé. Su questo punto i maestri erano inflessibili, ai tempi in cui a essere giornalisti lo si insegnava ancora dentro le redazioni. Ma adesso i maestri non ci sono più, al massimo ci sono i professori. E poi questo forse non è un articolo in senso stretto. Quindi, intanto, ecco una citazione - non esattamente all’inizio, i maestri saranno clementi.
“I giornalisti... ah! Un branco di analfabeti con la forfora sul collo e le pezze al sedere, che spiano dai buchi delle serrature e svegliano le persone nel cuore della notte per domandare se hanno visto passare un bruto in mutande, che rubano alle vecchie madri le fotografie delle figlie violentate in Oak Park e tutto perché? Perché un milione di commesse e di mogli di camionisti ci piangono sopra. E poi... il giorno dopo la prima pagina serve per incartare un chilo di trippa”. 
Fine della citazione (da “Prima Pagina”, Billy Wilder, 1974).
E adesso parliamo di noi.

Leggi tutto...

 

Il Sondaggio

Ritenete che il mercato dell'auto in Italia sia davvero condizionato dall'assenza di un piano strategico del Governo sulla mobilità che dia certezze ai consumatori?