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Edoardo ha 25 anni. Delle automobili non gli importa granché. Sono mezzi di trasporto di cui, ogni tanto, ha bisogno per spostarsi nella città in cui vive, che è Roma. Naturalmente è in grado di distinguere un modello dall’altro, un Marchio dall’altro. Ma più in là non va: che la Mini faccia capo alla Bmw, o che tre marchi francesi siano riuniti sotto la sigla Psa, sono informazioni che non ha, e se pure le avesse non saprebbe davvero che cosa farsene.
Quando ha bisogno di spostarsi nella sua città, Edoardo fa ricorso al car-sharing. Abita in una zona abbastanza centrale, di auto su cui salire e guidare e poi lasciare dove vuole ne trova una a ogni angolo della strada. Per questo ha scaricato sullo smartphone quelle 3-4 app dei fornitori del servizio più in voga a Roma. Poi, è successo che uno dei suoi amici gli ha chiesto perché mai continuasse a complicarsi la vita, sprecando tempo a far scorrere avanti e indietro le schermate dello smartphone per trovare le icone di quelle app, quando poteva ottenere lo stesso risultato scaricando una sola app-porta d’ingresso a tutte le auto in car-sharing di tutti i fornitori presenti in città. Edoardo si è prontamente attivato. Ha eliminato dallo smartphone le 3-4 app di troppo e ha installato quella di Free2Move. E si è registrato. In quel momento, è diventato un contatto, o cliente, o utente, o membro della comunità – lo si può dire come si vuole, la sostanza non cambia - del Gruppo Psa. Di cui Edoardo non sa alcunché, mentre la comunità Psa ha invece registrato il suo nome, sia pure per via indiretta, ed è ormai prossima a conoscere tutto delle sue abitudini di utente della mobilità individuale.

Porte. Queste ha cominciato ad aprire, in giro per il mondo più o meno virtuale, il Gruppo Psa. Un intero network di porte che inizialmente danno, a quanti le varcano, accesso a casa d’altri – per adesso i fornitori di car-sharing, i siti (francesi) per la compravendita di auto nuove e/o usate.
Dentro l’app Free2Move non c’è traccia né del Gruppo né dei suoi Brand: nessun logo, nessun nome. Le auto che si vanno a guidare, utilizzandola, sono della concorrenza, più o meno diretta – a Roma o è Smart o è Fiat, non si scappa. Allo stesso modo, i siti per comprare o vendere auto offrono, naturalmente, l’intera gamma di prodotto di ogni Marchio.
Un controsenso? Un atto di autolesionismo? Un giro tortuoso? In apparenza, forse. Perché, nel corso di questo giro, intanto dentro la testa dell’utente si vanno creando delle abitudini, un intero circuito di abitudini nella fruizione di servizi per la mobilità. E alla fine del giro, quando presumibilmente verrà tirata la rete che appena oggi è stata messa in acqua, e tutto verrà più direttamente e con evidenza ricondotto al marchio Psa, è dentro la casa del Gruppo francese che si ritroveranno quanti, consapevoli o meno, hanno varcato e varcheranno quelle porte.
Giro tortuoso? A noi piace pensarlo virtuoso. Segno di dinamismo, di capacità di ragionare fuori dagli schemi, di voglia di andare a cercare nuovi e diversi spazi di manovra. Che poi sono ovunque, basta solo saperli riconoscere.

Porte che si aprono. E porte che si chiudono. È noto cosa è accaduto in questo autunno freddo dell’auto. In Europa e in Italia. Da un lato il nuovo pacchetto sulla mobilità, in sede Ue, che ha fissato al 30% la riduzione delle emissioni di CO2 per le auto e per gli LCV entro il 2030 (rispetto ai 95 grammi/km dell’obiettivo al 2021) e ha reso più arduo il percorso dei Costruttori verso quella data introducendo una tappa intermedia, con riduzione del 15%, entro il 2025. Dall’altro lato la Legge di Bilancio 2018, che prevede, dopo aver escluso l’auto praticamente in ogni sua veste dal superammortamento, ha escluso anche i veicoli industriali.  
Porte sbattute in faccia. Decisioni in cui si può leggere rigore, certo, ma anche una discreta dose di irragionevolezza. Che il tema dell’ambiente meriti tutta l’attenzione e tutti i provvedimenti necessari a proteggerlo, è vero per quanto è giusto. Che l’automobile, su questo tema, si sia ripetutamente fatta del male con le proprie mani, è vero. Che un mercato “con molto forzature” (citiamo) che si aggira intorno ai 2 milioni di immatricolazioni non possa che indurre il Governo a introdurre misure di incentivazione all’acquisto che non siano per l’elettrico o il metano, è vero. Ma stabilire che l’elettrico (e il metano, in Italia) è il bene e il resto è il male, che un cambiamento di questa portata debba compiersi senza un’adeguata preparazione, che il problema riguardi soltanto il settore dell’auto e che sia sufficiente dire: “Da domani tutte elettriche” per risolverlo o che – restando all’Italia – un intervento per svecchiare il parco circolante non debba essere sostenuto dallo Stato, questo è profondamente sbagliato.

Volete la sicurezza stradale? Fatevela da soli

Nulla da fare, niente più linea dura sull’uso del cellulare alla guida. L’emendamento alla Legge di Bilancio 2018 che riguardava l’articolo 173 del Codice della Strada, e che prevedeva la sospensione immediata della patente e un minimo di 322 euro di multa per chi fosse stato preso al volante con il telefono in mano, è stato cancellato dalla Commissione Bilancio. E questo nonostante l’approvazione, ottenuta qualche giorno prima, dalla Commissione Trasporti della Camera. Il tutto senza possibilità di mettere ai voti la decisione, “a causa dell’estraneità della materia”.
Contemporaneamente, dalla Legge di Bilancio è scomparso anche l’emendamento definito “anti-abbandono”, che prevedeva l’obbligatorietà della presenza di allarmi montati sui seggiolini destinati a ospitare i bambini in auto: un aiuto importante per limitare il fenomeno delle “amnesie” da parte dei genitori. Via anche quell’emendamento. Via tutto.
Sull’uso del cellulare alla guida restano perciò in vigore le regole attualmente previste dall’articolo 173 comma 2, che vietano “al conducente  di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore (...) È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie”. E non cambiano le sanzioni previste: da 160 a 646 euro di multa la prima volta, multa e sospensione della patente da 1 a 3 mesi se lo si fa una seconda volta nel giro di 2 anni. E questo è quanto. Passata in cavalleria la proposta di sospendere la patente già alla prima infrazione e il raddoppio delle multe, che portava la prima sanzione a 322 euro di minima e 1.294 euro di massima, e la seconda a 644-2.588 euro.

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